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amos ozIn questo preciso istante io dovrei tornare, svegliare Azariah e dirgli: mio caro, questa è la risposta che invano cercano il tuo Spinoza e il signor Hugo Boxel e tutti quei sognatori che continuano a domandarsi se sia rimasto al mondo un briciolo di giustizia e, in caso affermativo, dove si trova? Buongiorno Azariah, svegliati, e anche tu Rimona, su, metti il bollitore sul fuoco, sono partito e sono tornato e ho scoperto dove sta di casa la giustizia: solo nei sogni. Giustizia per tutti, e in abbondanza, per ciascuno secondo le sue possibilità e i suoi bisogni, perché lì nei sogni, c’è il vero kibbutz, come dovrebbe essere. Perché nei sogni neppure il capo di uno stato maggiore può dirti che cosa fare e cosa non fare, nemmeno a se stesso può dirlo, perché dorme come un gatto, senza divisa e senza gradi e senza niente. Andate a dormire compagni la giustizia vi sta aspettando laggiù, dentro i sogni. Solo io starò sveglio. Io non voglio dormire, voglio impazzire. Non cerco nessuna giustizia, io, cerco la vita. Che è più o meno il contrario della giustizia.

Questo impulso interiore, il desiderio di prendere e dare tutto quello che si ha per qualcosa che non potrà mai esistere, ha una vaga somiglianza con il moto dell’universo stesso, l’orbita delle stelle, l’alternarsi delle stagioni. La parola giusta è forse, spasimo.

Ho pensato che la morte verrà da me una mattina d’inverno e che la mia vita si concluderà senza che io sia arrivato nemmeno a una definizione, per quanto irrilevante, senza che io abbia capito nulla di nulla. In quel momento mi è spiaciuto per il mio flauto, che dopo trent’anni non ha avuto da me altro che esecuzioni mediocri, certo non stonate tuttavia senza mai conoscere nemmeno qualche istante di perfezione, di estasi.

Da remote profondità dentro di me, è giunta una specie di quiete. Come se fossi diventato un altro. Come se fossi riuscito ad eseguire dal mio flauto un brano particolarmente difficile, un brano che provavo invano da molti anni. Come se fosse sorta in me la fiducia che d’ora in poi sarei stato capace di suonarlo sempre, senza stecche e persino senza una particolare fatica.

Il principio che mi anima, e che ho scritto già tante volte qui su questi quaderni, è che c’è già abbastanza sofferenza al mondo, guai ad aggiungerne dell’altra. E anzi, se possibile, cercare di alleviarla. Il buon Stutchnik ogni tanto mi chiama curato di campagna. Sia pure. D’ora in poi, il curato è promosso vescovo. E non intende scendere a compromessi con la crudeltà, la prepotenza, con la menzogna e le sofferenze che ci infliggiamo a vicenda. La vera difficoltà sta, dopo tutto, nel riconoscere il bene dal bene apparente. Fra il bene e il male, non c’è problema: piuttosto, ci sono forze vitali che operano sotto mentite spoglie. Bisogna stare vigili. Nel mondo animale ci sono casi, al cui proposito certi uccelli rappresentano un ottimo esempio, in cui l’istinto migratorio, che è una manifestazione dell’istinto di sopravvivenza, si manifesta invece in forma pericolosa, distruttiva. Come se questo istinto di sopravvivenza fosse scisso in due componenti antagoniste, che si minacciano mortalmente a vicenda. Già.

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In corsa seguendo il filo del destino
svendo l’anima a mercanti di parole.

Qualcosa

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Qualcosa che nasce
nell’indefinito silenzio
un senso dimenticato
fiorisce

Alma

Il male minore

Agire per un fine e un ideale facendo il compromesso di scegliere il male minore come strumento per raggiungere un fine, ha portato spesso a mali maggiori.
L’azione vale per se stessa il fine coincide con l’attività stessa.
Vale la pena isolare anche i mali minori, perchè a noi è dato di fare solo il presente non possiamo “fare il futuro” come se si trattasse di qualcosa che sta solo nelle nostri mani. Non vuol dire farenulla. Un agire nel presente e non un fare per un fine futuro. Fare per un fine giustifica i mali minori , il fine giustifica i mezzi porta a mali peggiori o al meno peggio e si giunge alla conclusione che non vale la pena di combattere anche i mali minori.

Dalla mia finestra

Sull’albero che scorgo dalla finestra si posano dei passeri. I giovani rami si piegano accogliendo la loro sosta, si flettono morbidi. Mossi dal peso e dal vento è come se li cullassero dolcemente. D’improvviso i passeri riprendono il volo. Flettendosi i rami hanno permesso al l’uno di unirsi all’altro, un insieme. E’ un istante e sta in questo la sua bellezza.

oggi piove

Oggi piove . Gocce silenziose che cadono a terra. Ne servono molte prima che la terra arida inizi ad ammorbidirsi e ad accoglierle. Non c’è nessuno in casa. C’è ancora tempo prima di uscire. Da bambina quando pioveva andavo a caccia di vermi . Cercavo un bacchetto di legno, sottile ma robusto, stivali, felice di sentire l’odore della pioggia, smuovere la terra e cercare il mio verme. Metterlo in equilibrio sul rametto e trasportarlo sull’asfalto, soddisfatta. Concentrata solo a fare bene la tua grande impresa. Nessun altro pensiero se non godere alla vista di un nuovo verme, della terra smossa e della pioggia. Annullando la misura del tempo e dello spazio, come solo i bambini sanno fare concentrati nel loro gioco.

Maggio

A volte si ha il bisogno di riscoprire ricordi. Oggi voglio ripercorrere ricordi positivi.
Questo mese di maggio mi riporta a ricordi legati a mio figlio. A quei regali meravigliosi che solo i bambini sanno donare.
Il primo è legato alla sua Prima Comunione. Durante la cerimonia il prete legge alcune lettere scelte tra quelle scritte dai bambini il giorno precedente. Il tema è :”ringraziare Gesù per una cosa bella e cosa vorresti chiedergli”. Dopo alcune lettere il prete ne inizia a leggere una in cui un bambino si scusa della sua scrittura quasi illeggibile, il prete conferma sorridendo. Poi ringrazia Gesù per avergli dato genitori buoni e sempre gentili con lui , dentro di me penso a quanto sono fortunati quei genitori , ringrazia di avergli donato suo fratello maggiore che lo difende e lo protegge quando ne ha bisogno. Poi chiede a Gesù di perdonarlo perchè non si era comportato bene, “aveva segato il tavolo della maestra!” , dalla Chiesa si leva una risata benevola, io sto zitta. E’ Giovanni. Lui si gira e mi guarda un pò smarrito, gli sorrido e lo abbraccio con gli occhi.

Il secondo ricordo risale allo scorso anno. 11 maggio festa della Mamma. Giovanni è dalla sera prima che gira per casa con il suo sacchetto. Dentro c’è il regalo che mi ha preparato, insiste che lo apra subito, ma resisto e rimando a domani. La mattina presto entra nella mia camera con il suo pacchetto, lo apro e ci trovo una statuetta di Budda. In quel periodo mi dedicavo alla lettura di testi buddisti e scherzando lui mi chiamava “eretica”.
Lo trovo un regalo “sentito”, sono felice e lo ringrazio per la sua attenzione. Esce, poi rientra e mi dice: “Mamma, oggi sono a tua completa disposizione”. Sono serenamente turbata. Mi alzo, mi preparo, e chiamo Giovanni. Gli dico di prendere il suo libro “Erbolario” si va per boschi a cercare le foglie che attaccheremo sul suo libro a fianco alle immagini. Camminiamo, cerchiamo foglie e cicaleggiamo, arriviamo in cima alla collina e gli offro un pranzo alla Trattoria degli Alpini. Polenta e costine. E’ felice di mangiare costine, un cibo così poco sano! Usciamo satolli. Ci fermiamo seduti su una gradinata da cui si vede la valle sottostante e parliamo del più e del meno. Poi soddisfatto mi dice : “è bello stare qui a parlare con te di queste cose,… e soprattutto con la panza piena!!” Rido di gusto. Ci incamminiamo verso casa. Gli dico “Grazie Giò, per questo giorno 11 maggio 2008″.

Fuoco che arde.

Ho voglia di scrivere. Ho voglia che quel sangue che bolle venga vomitato su questa pagina bianca. Come una liberazione. Rabbia, voglia di urlare, voglia di aria. Voglia di essere libera . Voglia di fare quello sento, dare vita , forma a quello che si muove. Scardinare, senza limiti. Voglio vincere la paura di chi urla più di me, vincere la paura del conflitto. Ho dato potere, ho messo su un piedistallo, ho chiesto sempre “posso?”.Io ho soffiato sul fuoco del loro narcisismo, io mi sono riflessa nella loro sicurezza. Nessuno rinuncia volentieri alla propria gratificazione personale. Ti dicono sei triste, si vede. Ti chiedono perché e tu dici “avrei bisogno di sentirmi libera, non so più cosa dare qui”. Si aspettavano una risposta diversa per poterti consolare e rendere ancora più dipendente, bisognosa di cure o al contrario ti guardano e ti fanno capire “non puoi” ci lasci a piedi, tu devi. Quando realizzano che tu gli stai dicendo che in realtà hai bisogno di te stessa, che sei cambiata, che non vuoi il conflitto, ma relazione tra individui liberi, che hai bisogno di sparire, di colpo tutta quella comprensione, quella benevolenza svanisce e si incazzano con te. Un attacco che è una difesa del loro IO . In fondo la loro debolezza. Amareggiata ti ritrai. Senti che dovrai lottare e non sarà facile. Qualcuno da difendere ce l’hai ancora. Non provi nemmeno a mettere quella freccia a quel benedetto incrocio verso una meta sconosciuta perché hai il terrore di non saper più tornare indietro e a pagare sarebbero i più deboli.

La mia amica Anna.

 

 

 

anna-juntos

Autor: Ana Bertelli
Titulo: Juntos
Tecnica: Mixta / Papel
Formato: 48 x 34 cm.
Año: 2006

 

http://www.laparedgaleria.org/

 

 
Exposición Virtual: DESDE EL DIBUJO
Abril de 2009 

Con affetto.

TEMPERA (L’Aquila) – Sono tutti morti. Anche i vivi. I cadaveri sono stati coperti con un velo e i vivi sono stati svelati. Sono cadute le pareti delle loro case e chiunque può frugare nella loro intimità. Attraverso una finestra si sbircia come voyeur, ma quando sono le mura a non esserci più, allora si smette di spiare. Si condivide. Si scorgono bagni e boiler, accappatoi, uccelli impagliati, televisori a schermo piatto, quadri, collage di fotografie di fidanzati, stampanti di computer, bottiglie di plastica. Basta solo arrampicarsi lungo le stradine del centro storico dell’Aquila. Incustodite e deserte. Tutto è incustodito e deserto. Tutti possono vedere e fare tutto. Per poi scoprire troppo presto che non si può fare niente. Solo guardare dentro le case. Squassate in sezione, come certe vecchie case delle bambole. Come in una delle immagini più famose di “Germania anno zero”. Le case dell’Aquila sono case di Barbie, ma tutte ricoperte di un sottile velo di polvere. Un’imbalsamazione degli oggetti. Che li invecchia di colpo. Mentre, poche ore fa, viveva tutto. Viveva dentro i sorrisi e dentro le parole che, in un attimo, sono state annientate. Per questo è tutto morto. Perché nessuno parla, nessuno ride, e anche i pianti sono brevi e improvvisi, a volume ridotto, appartati e composti. Sono pianti di una gente orgogliosa che, questa è l’impressione, non è abituata a piangere. Dal momento che anche il pianto sa essere una forma di spettacolo, ma lo spettacolo è un repertorio che appare del tutto estraneo alla dignità di queste persone. I vivi non hanno più niente. Non hanno le case, ma, soprattutto, non hanno l’interno delle loro case, non possono più afferrare quella visione d’insieme fatta d’oggetti, odori, che compongono la vita e la quotidianità. Non hanno i punti di riferimento minimi che attrezzano gli individui per la sopravvivenza al dolore. Hanno solo i morti. Anche per questo sono morti. E hanno un fiume indefinito d’estranei che si aggira per la loro città. Perlopiù in divisa. E anche questi estranei, eroici e tenaci, sembrano muoversi in una sorta di lutto attivo. Ma sempre di lutto. Mentre gli abitanti, nella loro sovrumana compostezza, sembrano attraversati da una forma dolorosa ancora sconosciuta. Un lutto freddo. Che incute un rispetto assoluto. E nessuno, neanche per sbaglio, si sogna di tradire il rispetto per il loro lutto. Una famiglia piange davanti alla casa dello studente e le televisioni vincono l’irresistibile tentazione. Li lasciano in pace. Una delle ragazze più belle viste negli ultimi dieci anni attraversa un gruppo di almeno cinquanta giovani in divisa. Nessuno commenta. Nessuno solleva uno sguardo di troppo su di lei. Ciascuno ha ritrovato il rispetto e la dignità. Nell’orgia del dolore, il mondo va come dovrebbe andare. E poi regna la paura, perché niente è finito e tutto è solo cominciato. Tutti i pensieri, anche quelli più elementari, sono violentati dalle scosse d’assestamento. La paura e il dolore, uniti e inscindibili, formano un’unica entità. Un’entità insopportabile. Che congela questo lutto, per farsi cosa attonita, ed impressionante. E, su tutto, il silenzio. Un silenzio nuovo e indefinibile. Interrotto, di tanto in tanto, da un elicottero lontano. Da un aereo militare. E tutti a comporre lo stesso pensiero, ma nessuno lo comunica, perché è banale: la sensazione di un’altra, più piccola, ma simile, guerra mondiale. A intervalli regolari, solo il rumore delle ruspe; le braccia meccaniche, oltre i tetti sfondati, raspano nelle macerie, per poi fermarsi ex abrupto. Allora i vigili del fuoco riprendono a muoversi con cautela e fatica. E l’interruzione delle ruspe porta tutti sullo stesso, ossessivo concetto: ci sono altri morti. Perché pare tramontata l’idea di trovare i vivi. Così dicono i cani. Le rare volte che si parla, si parla delle unità cinofile. I cani, sono loro che “bonificano” le zone. Sono loro che, momentaneamente, stabiliscono e qualificano, in maniera affidabile e concreta, un’idea di speranza. Frugano in mezzo alle macerie e odorano. I vivi a lutto frugano in mezzo alle macerie e sprofondano nuovamente nell’intimità della gente, ma più in dettaglio questa volta. Una vicinanza scandalosa. Ed escono fuori vecchie cartelle della tombola, ecocardiogrammi, borse di donne anziane, scarpe spaiate, album fotografici di una felicità che pare preistorica e i volontari della protezione civile raccolgono tutto dentro enormi buste. Con un’accortezza commovente. Perché promette una parziale restituzione alla vita, una volta trovati i legittimi proprietari. E poi spunta un crocefisso da pochi soldi, uno di quelli che sormontano brutti letti matrimoniali. Un volontario raccatta dello spago e lo attacca ad un albero. La cosa non colpisce, non smuove nessuno. È un gesto che richiederebbe pensieri e interpretazioni simboliche appena più complesse, che nessuno è in grado né ha voglia di fare. Ancora silenzio, fantasmagorico. C’è il silenzio di certe prime teatrali, un attimo prima che si apra il sipario. Anche i molti, con lo sguardo vacuo, e l’orecchio appeso al cellulare, sono muti. Telefonano, ma sembra che non parlino. E puoi anche dubitare che ascoltino. S’intuisce solo una serie ininterrotta, feroce, di squilli senza risposta. Le persone sono tutte mute, eppure cortesi. C’è una gentilezza silenziosa. Come dovrebbe essere il mondo, anche lontano dalle tragedie. Le ruspe attaccano e si fermano di nuovo. Si sente solo il motore acceso di un’ambulanza in attesa di niente. Non arriverà nessuno. Neanche la delusione. L’autista spegne il motore. Nelle strade del centro storico, adiacenti a via XX settembre, un solo, sordido rumore, è spietato e incessante. Quello dell’acqua delle tubature divelte. Piccoli rivoli che scrosciano. Per poi perire, appena ci si allontana di pochi passi. È come un lento disgelo. Ma senza il candore della neve in montagna. Qui, quello che un tempo doveva essere immacolato e prezioso, è diventato residuo. Insensato e senza possibilità d’uso. Dopo l’ennesimo silenzio, ancora il rumore della paura. Sono le 19 e 45 di martedì sette aprile. Una scossa violentissima. Scappano tutti. Poco dopo arriva un uomo con gli occhiali e dice che è stata trovata una ragazza sotto le macerie. Viva. Anche i cani sbagliano. (PAOLO SORRENTINO)

Essere invisibile

Mi sono resa invisibile. I tuoi attacchi non mi trapassano più il cuore, non più.
Attraversano senza ferire, si perdono oltre.
Non mi interessa più essere visibile ai tuoi occhi, ho smesso di parlarti, ho smesso di spiegarti.
Le mie azioni sono le mie parole.
La tua lotta per renderti visibile è vana .
Il tuo visibile è l’espressione del nulla e della tua debolezza.
Non sei tu che hai stabilito la misura della nostra distanza, ma il mio essere invisibile.

Si ha paura di mille cose, dei dolori, dei giudizi, del proprio cuore, del risveglio,
della solitudine, del freddo, della pazzia, della morte… specie di questa, della morte.
Ma tutto ciò è maschera e travestimento. In realtà c’è una cosa sola
della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve
passo sopra tutte le assicurazioni esistenti. E chi una volta sola si è donato,
chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero.
Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nella spazio universale
e partecipa alla ridda delle stelle.
(H.Hesse)

Per amore

dsc_07361Tutto sta in questo verbo APPARTENERE.
Appartenere=sentirsi amati=bisogno d’amore.
Un bisogno d’amore grande.
E’ quell’Amore che non ha un nome, un luogo, un limite, un odore, un colore, una stagione, è quell’amore che è armonia, verità, bellezza. e’ quell’amore per uno sguardo sfiorato e sconosciuto, per un tramonto di straordinaria bellezza, per un oceano in cui perdersi, per la risata libera e cristallina di un bambino, per un urlo senza voce, per la mano che ti hanno teso. E’ quell’amore per un naturale ordine delle cose che ti possa regalare un senso di pace e di giustizia.
Per amore.

Ragionare

fiore11Il segreto non sta nella soluzione, ma nel processo che ha occupato la mente. In cerca della soluzione il giovane monaco ha dovuto affrontare varie emozioni, dall’arroganza alla rabbia, alla disperazione, all’odio verso il Maestro, fino ad arrivare alla serenitá che ha spinto la sua mente al di lá del solito, lineare modo di ragionare, le ha permesso di pensare diversamente.

(T. Terzani)

2009-02-15_11-51-28“….Sentivo che in fondo aveva ragione. Non che mi aspettassi una vita migliore di quella che ho fatto, ma l’idea che la parte più bella avesse ancora da venire mi pareva contenere una sua logica. Fino alla mia età si è fatto il proprio dovere, si è pagato il debito della conservazione della società, mettendo al mondo figli, lavorando. Si è giocato il ruolo che si è scelto o che ci è stato assegnato. Ci si è comportati come si deve, si è fatta la propria figura e ora, finalmente, si è liberi. Liberi non certo di andare in pensione. La pensione, intesa come lo stadio della vita in cui si è pagati per non far nulla? Anche quello che fraintendimento! Di nuovo un’interpretazione tutta materialistica della vecchiaia! La pensione è bella per quelli hanno da andare a dipingere, a pescare, a scalare le montagne o devono scrivere romanzi. Per me questo andare avanti nell’età significa solo diventare più franco, disinvolto, poter dire sempre quello che penso, occuparmi di quel che credo sia importante, anche se non pare agli altri. Ora si può finalmente essere liberi come da giovani non è permesso essere. Ora si può vivere fuori dagli schemi, fuori dalle regole che mantengono la società. E’ solo alla mia età che ci si può permettere la pazzia di essere presi per pazzi. Non ho forse già cominciato? Eccomi qua, davanti a un indovino! A trent’anni non l’avrei mai fatto! L’uomo mi ispirava.” (Un indovino mi disse. T.Terzani)

Papa e Preservativo

Il Papa in questa occasione avrebbe dovuto astenersi da ogni riferimento al preservativo. Avrebbe dimostrato buon senso e rispetto. Ma credo volesse dimostrare qualcosa d’altro, non buon senso.
Il discorso è stato sicuramente pensato e pesato e nulla detto per caso. Credo ci sia malafede in questo discorso. Un discorso da “colomba” ma che infila tra una parola ed un’altra un messaggio forte, a ribadire che la Chiesa è potente e non ha paura, non cede a nessun compromesso. “Vi riconfermo che siamo forti e vi sfido”.
La Chiesa ha conservato il suo potere grazie alla determinazione con cui difende i suoi dogmi. Hitler ne aveva preso esempio “non siamo un movimento, siamo una religione”ammirava l’assetto istituzionale della Chiesa e il suo essere antimodernista.
Mettere in discussione i suoi dogmi equivale ad una resa, ad un debolezza e una perdita di potere e controllo assoluto. La Chiesa non è democratica e aperta al confronto, cedere su questo sarebbe l’inizio della fine.
La religione cattolica offre una risposta al bisogno di spiritualità dell’uomo e alle sue eterne domande, ma chiede in cambio fede e accettazione assoluta dei suoi dogmi e del suo potere. Per i cattolici prendere o lasciare.

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C’era una volta un cuore.
Era un cuore color rosso vivo, grande, a volte irriverente e avventuroso; un cuore gonfio di ingenua curiosità. Era un cuore giovane e protetto da una pelle troppo sottile, troppo visibile e vulnerabile per non essere ferito. Si costruì, inconsapevolmente per sopravvivere, una fitta, fitta fila di sbarre, fino a imprigionare se stesso. Il cuore trascorreva le sue giornate in un ordine discreto, calmo e solo, lasciandosi galleggiare su una zattera di sughero. Un giorno, un soffio caldo, leggero e inquietante, lo sfiora. Quel calore prepotentemente riporta il cuore a lontane emozioni, assopite, ma mai dimenticate. Il soffio si infila tra le sbarre, il cuore lo vorrebbe allontanare, per paura di essere ferito, ma non lo fa. Lo accoglie, lo ascolta, sapendo fin dall’inizio che il soffio d’improvviso lo avrebbe lasciato. Si affezionarono, ricercavano la stessa cosa, stanchi di sopravvivere, cercavano un senso al loro vuoto e un briciolo di verità su se stessi. Il soffio, quando fu ora di partire, gli sussurrò di non dimenticarlo mai, il cuore sorrise, lo accarezzò … No, non si poteva dimenticare , come non ci si può dimenticare di respirare e di Vivere ogni mattina. Il cuore sa che non è la misura della distanza ciò che unisce o separa, ma è la misura dell’ appartenenza che non ci fa più sentire soli.

A volte.

910_001E’ strana la vita . Come le montagne russe.
Salite lente, discese repentine, voli in alto e poi precipiti. A volte, lì sospesa,  trattenendo il respiro, nell’attesa di ciò che verrà. Altre volte metti i piedi a terra, che la testa ti gira ancora, confusa, in  preda all’indecisione se fare un altro giro o voltare le spalle. Se scegliere il vagone vuoto e girare in solitaria, o quello pieno di gente, ma forse alla quale non hai niente da dire o da ascoltare.

Si parte.

immagine-526Sono impulsiva di natura ma ho riflettuto a lungo prima di decidere se “volare” verso la Sardegna. Non so se ritrovarsi intorno ad un tavolo, guardarsi negli occhi, senza proclami, senza programmi, senza leader, è l’approccio canonico dei movimenti. Ma questo movimento degli invisibili è fatto di soffi d’anime, anime che vogliono volare , anime da troppo tempo costrette in spazi angusti, come uccelli in gabbia. Un guizzo improvviso del cuore mi ha detto: “ci devi andare ! questa possibilità un po’ “stramba” di ritrovarsi è un’ irripetibile occasione per far volare l’anima, ti hanno aperto lo sportello della gabbia, non essere indecisa o voli ora e forse per sempre, o rimarrai un uccellino lamentoso e cieco”. Cogli l’occasione prendi il volo, un volo di albatros, tra i profumi e i colori del mare e un senso di libertà ritrovato, senza aspettative, ….volo libero. Non so quale sarà il futuro del movimento, ma anche il solo provare queste emozioni vale 100 movimenti , il sapore della libertà, aver seguito cuore e anima e soprattutto poter condividere senza pudori ciò che senti e che tieni nascosto pensando di essere nata un po’ storta.

Il sognatore

fiore21… ti ricordi : …”non si cattura il vento con le mani” …
Si,  e mi rispondevo :” ma io credo nei sogni”.
Non ho cambiato idea e sogno.

Sogno di uscire ogni mattina in giardino a bagnare
quella terra arida, e una mattina dopo l’altra
aspettare la nascita di un germoglio che sbuchi dalla terra.
E quel giorno poter dire, a tutti quelli che ti credevano pazza sognatrice,
“Eccolo!, avete visto? C’era il seme. Ci voleva solo pazienza, amore e volontà”

Ogni mattina innaffio quella terra con l’ostinazione
che hanno i sognatori, che sanno amare oltre il visibile
e che per un sogno vanno oltre ciò che è normale.

Filo rosso

…..in un gioco di specchi che riflette una luce potentissima,

quella del riconoscersi, anzi,

 quella della volontà di riconoscersi,

quella che lega un filo rosso tra gli esseri umani.

Si chiama rosso perchè è un’ arteria invisibile

che conduce sangue da un cuore a un altro cuore.

Opi (blog www.azu.spindler.com)

Voglia di tenerezze

Un nuovo amico - Fontana, 15-02-2009

Un nuovo amico - Fontana, 15-02-2009

Questa mattina ci siamo incrociati. Stavi dentro un cortile, sembrava abbandonato, mi guardavi con il muso infilato in una breccia della rete. Siamo rimasti così, io inginocchiata ad accarezzarti e tu ad aspettare qualche carezza, con la testa appoggiata sul muretto.
I tuoi occhi sono così tristi, ti accarezzo ma non scondinzoli,  sembri ormai rassegnato.
Ci assomigliamo cane, amico mio!
2009-02-15_10-44-071

Non è un cuore, perdio, è un sandalo di pelle di bufalo
che cammina, incessantemente, cammina
senza lacerarsi
va avanti
su sentieri pietrosi.

Una barca passa davanti a Varna
“Ohilà, figli d’argento del Mar Nero!”
una barca scivola verso il Bosforo
Nazim dolcemente carezza la barca
e si brucia le mani

Ai margini.

… ai margini, la certezza dei confini vacilla. Si è più soggetti alle invasioni, meno in grado di mobilitare le difese, meno sicuri della nostra identità, nonostante gli altri ci possano percepire come persone di carattere. La dislocazione del sé dal centro verso margini indefiniti accentua la fusione tra noi e il mondo e allora ci possiamo sentire “da tutto benedetti”.
… sentite cosa scrisse, Jung nell’ultima pagina della sua autobiografia: “ sono stupito, deluso, contento di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire se alla fine valgo o non valgo, non ho un giudizio da dare su me stesso e sulla mia vita. Non c’è nulla di cui mi senta veramente sicuro. Quando Lao-tzu dice: ”Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime quello che provo io ora, nella mia vecchiaia avanzata .. Eppure ci sono così tante cose che mi riempiono: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte e l’eterno che è nell’uomo. Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose. Anzi è come se quel senso di alienazione, che per tanto tempo mi ha separato dal mondo, adesso si fosse trasferito nel mio mondo interiore, rivelandomi un’insospettata estraneità a me stesso.”
(Hillman – La forza del carattere)

Esci dalla penombra e cammina
davanti a noi un poco,
gentile, con il passo leggero
della donna risoluta a tutto, terribile
per i terribili.

Distolta a forza, io so
come temevi la morte, ma
ancora più ti faceva orrore
la vita indegna.

E non fosti indulgente
in nulla verso i potenti, e non scendesti
a patti con gli intriganti, e non
dimenticasti mai l’ingiuria e sui loro
misfatti non crebbe mai l’erba.

A Eluana e a un figlio.

Cerco di immedesimarmi nel padre di Eluana. Pensare che il figlio in quella camera, disteso sul quel letto fosse il mio. Penso che non sarei stata forse capace di rompere il filo, dare un taglio al cordone ombelicale fra me e mio figlio , questa volta per dargli la morte invece che la vita.
Ci vuole tanto coraggio per mettere la parola fine tra te e tuo figlio.
Il coraggio del dopo, il coraggio nell’affrontare i pensieri del poi, quando la quiete fa depositare tutto il pulviscolo e si rimane soli a chiedersi se a tuo figlio hai dato un arrivederci o hai dato un addio per sempre. Ci vuole fede per credere in un arrivederci . Mi auguro che Beppino Englaro non viva nel dubbio e che quel saluto sia stato “ un arrivederci Eluana”. In ogni caso, rispetto profondamente la sua scelta , come quella di chi decide diversamente. E’ un dolore che merita solo rispetto.
Penso che una legge debba darti la possibilità di scegliere e i tuoi affetti più cari possano essere i tuoi portavoce, per ricordare quello che eri e quello che desideravi. I medici da parte loro dovrebbero com-passione sostenere e aiutare rispettando le scelte in un senso o nell’altro, tutti gli altri …..fuori.

quaquaraquà

«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre

Se il Cristo visitasse Eluana Englaro io credo che o la resusciterebbe o la lascerebbe andare perché ogni altra opzione è diabolica.
Poi andrebbe dai mercanti di fede in Vaticano e sferrerebbe un gran pugno sui loro banchetti che smerciano un “diritto alla vita” che è una mera istigazione alla tortura. E ricorderebbe loro la più dolce e adulta parola del creato: compassione. Non credo che il Cristo dei Vangeli si fermerebbe a San Pietro. Nelle redazioni, andrebbe, dei giornali integralisti, delle televisioni senza pietà, e nelle ineffabili sedi dei partiti che gridano all’assassinio solo per raggranellare un pugno di voti dai cattolici. E farebbe tremare loro i denti con parole di fuoco.

Infine siederebbe, il Cristo che conosco, a un tavolino nell’angolo di un bar di periferia, con il papà di Eluana. Berrebbero un bicchiere di vino nel silenzio adulto e immenso in cui navigano i corpi celesti. E con incanto stellare gli occhi del Cristo consolerebbero Beppino Englaro, perché a quell’uomo è stato commesso un torto di violenza e vigliaccheria inaudite.
E tacerebbe il Cristo, come gli sciami di stelle che non hanno bisogno di parole per esprimersi, e in questo silenzio palpitante, in una luce di feroce tenerezza, nessuno oserebbe più dire una parola.

ma non ci sentiamo parte di un treno, sia pure lentissimo o in procinto di deragliare, non facciamo convoglio, siamo singoli vagoni dimenticati su un binario morto” (D.Cugia)

h1caook17hcak77jhbca24q0swca3hbafxcazj8f2ccawle7wkca9gd9stca79fuuoca002bg4ca3n5z25cap8qmxqca25qmrvcay0wjggca34h7pjcat1rz8jcauwk8hfca69jl6ica38cy8ccavv9e1lLocomotiva , vagoni, treno , un viaggio, una meta.

Si parte carichi di energia ed entusiasmo .
Locomotiva a pieno regime, tutti verso una meta.
Si condivide il viaggio con gli altri passeggeri.
Gli occhi incollati al finestrino , sguardi complici ai compagni di viaggio,
pieni di speranza e con il desiderio di vedere e toccare nuove frontiere.
Il viaggio è faticoso , entusiasmante ma richiede sacrificio, costanza, fede, lealtà, unità.
Molti non reggono, di stazione in stazione, i compagni di viaggio scendono, rinunciano al viaggio.
Chi per soddisfare un desiderio immediato, futile e fugace, chi per salire su un treno più comodo e veloce perché ormai conta arrivare, se possibile, con il minimo sforzo, chi semplicemente si accontenta e non vuole vedere oltre.
Si rimane in pochi e seduti distanti , ognuno sul proprio vagone.
Gli occhi non sono più incollati al vetro, ma cercano tra le poltrone vuote sguardi in cui riconoscersi.
Il treno è lento, la locomotiva al minimo.
E’ questo il senso di smarrimento, pochi, spenti, lontani e sfiduciati.
Devi scegliere: scendi anche tu alla prossima stazione rassegnata, o con quel po’ di energia e speranza che ti è rimasta attraversi il treno di vagone in vagone e raduni tutti fino alla locomotiva, per essere più vicini, per guardarsi negli occhi e sentire ancora girare il motore a pieno regime e lo scorrere del sangue nelle vene.

Un dono inaspettato

Mork, la montagna e la neve ...

Mork, la montagna e la neve ...

 Il desiderio di abbracciare ciò che di così grande sta fuori di noi.

Trascendere i limiti, cercare un’Armonia.

Solo il ricongiungerci con il tempo, le stagioni, la natura, abbandonare la presunzione di essere il centro dell’universo.

Accogliere il nostro bisogno di essere uomini, piccoli, solo ingranaggi di un meccanismo perfetto e immenso.

Oceani, montagne, sole, tramonti, piogge, neve sono immutabili con o senza di noi, è questa la bellezza e la grandezza che dobbiamo cogliere.

Abbandonare la presunzione e semplificare.

 

Riconoscere la Bellezza e accoglierla senza dirigere, senza possedere.                                                                                

Mai come in questo periodo sento il bisogno del tempo, del silenzio e di un sogno da realizzare, qualcosa di semplice e “genuino”, prima che il tempo mi sfugga e rimanga solo il rimpianto e il vuoto.

 

Incollo un pezzo del blog http://tashtego.splinder.com/ l’autore, molto meglio di me sa tramutare i pensieri in parole:

 

La vita è ‘na scioite de’ sole.

La vita è un’uscita di sole, dicono in certi posti dell’Abruzzo.

Ho una specie di fremito da riconoscimento.

Una breve botta di luce che si fa strada tra le nuvole.

Eppure io la mia vita non la vedo così, la mia vita non è stata questo nemmeno nei primi anni.

E nemmeno dopo, durante la giovinezza e la prima maturità.

La mia vita è stata una continuazione di nuvolaglie e squarci di sole, di incertezze, sofferenze, felicità, godimenti: la solita roba, solo mitigata (ma resa più confusa) dal tempo di pace in cui sono vissuto.

Ma lo stesso riconosco quest’immagine come qualcosa che mi appartiene.

Un’uscita di sole in un giornata d’aprile, metti, coperta, ventosa, la luce che ti investe all’improvviso e ti scalda e alzi la faccia verso il cielo per riceverla in pieno, e chiudi gli occhi, mentre il sangue che irrora le palpebre ti copre le pupille con un velo rosso…

Uno solo di questi istanti – che si direbbero di puro esistere nello spazio-tempo, di assoluta consapevolezza fisica di essere parte del pianeta e della sua stella – può dirsi vita a pieno titolo.

Può farsene rappresentante ufficiale.

Potrebbe restare, in piena legittimità, l’unica cosa degna di essere ricordata prima di accedere al nulla: ‘na scioite de’ sole”.

libri ..

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io, Franceso e Giovanni

 
riaffiorano i ricordi legati ai libri, in particolare ai libri letti ai miei figli, di quando erano piccoli e non sapevano ancora leggere. La lettura della sera era una consuetudine. Lettone, libro e il tranquillizzante biberon stracolmo di latte. La scelta del libro era loro, capitava di dover leggere per settimane e settimane tutte le sere lo stesso libro!!. Succedeva che per la stanchezza gli occhi si chiudessero e saltassi qualche riga e un …“plop” (rumore di biberon scollato dalla bocca) risuonasse nella stanza e loro mi rimproverassero; “Mamma hai sbagliato, non era così”. Al contrario mi divertivo io, leggendo modificavo gli aggettivi, bello diventava brutto, triste diventava felice, loro ridevano , mi correggevano e io : “ah, bene sei attento”. .. Mi rimane la nostalgia di quella avida e innocente curiosità che hanno i bambini  e di quella intimità calda, accogliente . Leggere un libro a qualcuno è davvero un gesto intimo e regalare libri che hai amato è un gesto di fiducia e d’amore,  a volte capita di donarlo alla persona sbagliata.
Aggiungo alla lista dei desideri :
- che qualcuno (magari uno dei miei figli) legga un giorno un libro a voce alta solo per me. (…biberon e dentiera saranno compatibili…?)

…..fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondiglimr_gallery_188116_12912_465001
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

….E poi sospeso dai vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo Come ti senti amico,
amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”…..

…E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire…

….Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero….
…Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

SE

Se un cavallo fosse solamente un cavallo
e non tutti i terrori che fremono nella sua coscia rotonda
o la tempesta che scuote la criniera
se non fosse l’occhio visionario e folle
che cela il segreto dell’acqua
o la coda imperiale nella sua forma arcuata
a sferzare lo schiavo
se esso non fosse un’oscura montagna
sotto di te
ma – come è – un animale timoroso e irruente
pronto a valersi di ogni astuzia
per essere libero e giocare
e tu sapessi amarlo con tenerezza
ma non seriamente -
quando si impenna sulla sabbia
gli assesterai un colpo deciso nei fianchi
spingendolo fra le onde.

Donatella Bisutti

Basta…..!

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foto by: thedailybanter.com

 

 

Quando tutti cercano di fuggire la sofferenza,

quando nessuno l’accetta,

il suo peso passa sempre ad un altro.

 

…la qualità della sua libertà.

 

.

Sono io.

pk1Sono io,
la vela tesa 
che accoglie ogni alito di vento,
la schiuma ridente
che gioca con le onde,

l’aquilone leggero
sospinto  dalla fantasia,
l’acqua del fiume
che scorre nel domani.

Sono io,
l’orizzonte infinito
che segna la meta di un arrivo,
il nido caldo che schiude
le angosce e le paure.

Sono io,
i passi incerti di un uccellino
che è pudore di bussare al cuore,
la nevicata all’alba
che non fa rumore ..

Sono io,
l’energia dell’uragano
carico di rabbia e di impotenza,
la malinconica pioggia
che scorre sul viso silenziosa

Sono io,
la terra ferma
di ogni ritorno
sono io,
l’alba chiara 
di un nuovo giorno

u17352332..lasciate andare la fantasia, liberate il coraggio e immaginate nuove frontiere della vostra esistenza, dove i confini del possibile siano più ampi.

Bocca di Rosa

Amore

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Credo che al giorno d’oggi un incontro tra un uomo

e una donna sia assolutamente vano, se almeno una

delle due anime non riceva tanta luce da rivelarla a

se stessa o non doni tanta gioia da aiutare l’altra a

vincere e salire.

Fiume

dsc_0130aI ricordi scorrono
come un fiume in piena
tumultuoso, fangoso, schiumoso,
rompe gli argini di letti
troppo angusti e forzati,
tracima e inonda
con inaudita violenza solchi
già troppo irrigati.
Trasparenza e purezza,
delicati frangenti
ormai abbandonati.

6 gennaio ..

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Oggi, neve.

Oggi, neve.

… Amo quell’ora che, diventa diversa dalle altre, viene e va. No, non l’ora, ma l’istante, amo questo istante di profondo silenzio. Questo istante nel suo nascere, questa iniziale del silenzio, questa prima stella che compare, questo inizio.

… Amo questo vento, questo vasto vento di metamorfosi che precede primavere, amo il rumore di questo vento, il suo movimento lontano che passa in mezzo alle cose come se non esistessero.

… un’onda che li sospinge in alto, in profondità, verso la riva. E’ di quell’onda che parlano tutti. E’ di quell’onda che sta scritto sui libri. E’ il vuoto rumore dello schianto di quell’onda che vive nel cuore degli uomini.

Amo il mio disordine.

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27 gennaio 2008

27 gennaio 2009 .Giornata strana oggi, giornata di addii, ho voglia di stare sola e mi ritrovo alla Centrale di T. E’ un posto magico nelle mattine d’inverno, un posto di anime, silenzioso. Il fiume scorre tranquillo, poi si apre, si allarga, riposa, respira e infine si incanala nelle grate della centrale. Solo le anatre rompono il silenzio rincorrendosi, lasciano lunghe scie bianche sulla superficie piatta dell’acqua.
E’ una bella mattina d’inverno, fredda ma assolata. Sono sola, cammino lenta chiedendomi  se ho fatto bene a tornare qui, questo posto alimenta la nostalgia,  ma ho deciso di   non uccidere  i ricordi troppo velocemente per mettere a tacere la sofferenza, li voglio ripercorrere,  troppe volte ho girato pagina velocemente , ho girato le spalle alla vita, alla riflessione, ho girato le spalle a me stessa, alle mie ferite e alle mie sconfitte.
Mi fermo vicino alle chiuse , frugo nella borsa in cerca di un accendino, la mano  tasta,  il cervello cataloga :  monete, burro cacao, penna, caramella, niente accendino, proviamo la tasca anteriore, la mano tasta, il cervello ha un black out: ‘oggetti non identificati’. 
Sfilo il primo,  una calamita con disegnata una mucca con un cappello da cow-boy con relativa vignetta “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, molto trash, mi sento un po’ presa per i fondelli  dal caso; ricordo esattamente quando l’ho comprata,  in libreria, in coda alla cassa un anno fa, dicembre, vigilia di natale , non era per me.   Rimetto via la calamita, riproviamo , un nastro azzurro, …. il nastro di una confezione di cioccolatini … francesi, provenienza duty-free,  febbraio , niente acquisto, era un regalo. Anche  il nastro ho conservato! Non vorrei mai staccarmi dai ricordi,  disturbo compulsivo–ossessivo da accumulo. Guardo il nastro e lo getto nell’acqua,  è più  facile di quanto pensassi !  lo osservo mentre la corrente lo porta verso la grata della centrale,   stritolato!!
Mi rendo conto che il sentimentalismo sta prendendo il sopravvento, una strana confusione e un senso di inadeguatezza mi rende paurosa. Ho sempre avuto paura delle mie emozioni. Voler controllare sempre tutto,  voler dare un senso a tutto, trovare sempre il fine ultimo, controllare con le redini della logica e del razionale. Ma in questa storia non c’è il fine ultimo  e la fine è un inizio. Malgrado sia stata dolorosa, tormentata, incontrollata, ho imparato molto. Questa volta non ho  diretto, circoscritto.  Ho osato, ho accettato, mi sono messa in gioco, ho camminato su di un filo, ho usato il cuore nel tentativo di unire il visibile e l’invisibile, ho usato il cuore nel cercare il coraggio di fare le mie scelte, fuori dagli schemi , ho scoperto i miei limiti e in quei limiti la mia forza. Un inizio.

Capodanno

Questa notte
la notte dei folli ,
la carezza negli occhi
la delicatezza dei gesti
l’amore tracimato
l’amore non trattenuto.
Mi avete accolto
aperto il cuore
con l’innocenza dei vostri gesti
il candore dei vostri intenti,
una scoperta d’amore, fragile.
Considerati diversi,
solo angeli, custodi
dei segreti dell’anima.

.. se oltre al corpo

Se oltre al corpo siamo anche qualcos’altro, quel qualcosa non viene nutrito bene, non viene annaffiato. L’anima se esiste, fa la fame, é assetata.

Eppure, ognuno di noi lo sa per averlo, provato, ci sono momenti, una scena di grande bellezza, una parola, un simbolo, in cui sentiamo l’eco di qualcosa che ci è familiare, ma che non ricordiamo, sentiamo il bisbigliare di una voce  a cui vorremmo dare ascolto, ma dalla quale siamo prestro distratti. La verità ci sfiora ma preferiamo non farci caso. Tantissime volte ci capitano quelle esperienze, sentiamo un’allusione che sta dietro alle apparenze, ma nella fretta distrattamente preferiamo fare un qualche gesto e andare avanti.

“Un uomo cammina nella foresta e sente una ragnatela sfioragli il viso. Ha due scelte: può con la mano, fare un semplice gesto, rimuoverla e andare avanti, oppure può fermarsi e osservare il centro della ragnatela, della verità”.

Togliere il gelo pretenzioso e arrogante della mia mente. Questa era la lotta dentro di me: resistevo, cercavo di non lasciarmi andare.”

Tiziano Terzani – Un’altro giro di giostra

Buon Anno

FELICE ANNO A TUTTI !!!!!!

FELICE ANNO A TUTTI !!!!!!

..il mondo visibile

14-07-2008

14-07-2008

 

Il mondo visibile non é mai stato l’intera realtà, ma solo una parte. E nemmeno la parte più importante. Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto. Tagore, una sera al lume di candela legge un libro. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza é invasa dalla luce della luna e Tagore scrive: “la bellezza era tutta intorno a me, ma il lume della candela ci separava, quella piccola luce impediva alla bella, grande luce della luna di raggiungermi”.

T.Terzani – Un altro giro di giostra.

Il silenzio mette il velo
alla futile parola
al peso del nulla
alla luce riflessa
al gesto compiuto

Silenzio,
la parola dell’anima.

Cinquantesimo anno di navigazione.

Ormai sono rimasto solo.

Tutti, per un motivo o per l’altro, sono scesi ai vari approdi che abbiamo toccato, per rifornirci d’acqua, carne, verdura fresca.

Se ne sono andati a piedi, a cavallo o in canoa.

Alcuni di loro sono spariti senza una parola.

Altri dopo violente scenate, mugugni, recriminazioni.

I più se ne sono andati con un sorriso beffardo.

Qualcuno piangeva, altri esibivano la più perfetta indifferenza.

Tutti guardavano con preoccupazione, più spesso con ribrezzo, le macchie scure che mi sono comparse da qualche tempo sul volto.

Gli ultimi compagni mi hanno lasciato quando il ghiaccio ha cominciato a indurirsi, quando lo scafo non riusciva più ad aprirsi un varco nel pack e tutto si è bloccato.

Si sono presi un bel po’ di cose prima di partire.

Cibo, certo, carne salata, aringhe, gallette, ma anche armi e indumenti, e strumenti.

Tra loro c’era il mio amico più intimo, cui ho regalato il mio famoso colbacco di marmotta.

Qui ho legna a sufficienza per i prossimi dieci anni, poi si vedrà.

Hanno voluto l’ultimo sestante: quando ho provato ad obbiettare qualcosa, tipo che mi sarebbe servito per il ritorno, mi hanno guardato con quello strano sorriso.

Quale ritorno? mi ha chiesto uno di loro.

Hanno calcolato per bene il carico che il canotto poteva reggere, hanno costruito dei pattini da inferire sotto la chiglia, che gli avrebbero consentito di trascinarlo sulla banchisa fino all’acqua libera.

Gli premeva far presto, prima che tutto gelasse.

E così se ne sono andati.

Avrebbero potuto uccidermi, prendersi la nave e tornare con quella, ma non l’hanno fatto.

Mi chiedo perché.

Ho molta legna, certo, ma non una quantità infinita.

Ho cibo e candele, ma non una quantità infinita.

Possiedo molto carburante, molte munizioni, ma non una quantità infinita.

Le scorte di medicinali sono nutrite, ma si tratta di una quantità determinata.

Quindi posso restare qui molto tempo, e la prossima stagione, riuscendo ad avviare le macchine, potrei procedere ancora verso Nord.

Ma sono cosciente dell’esistenza di un limite temporale e tecnico-logistico per la mia impresa: a volermici mettere potrei calcolare con esattezza quanti anni, mesi giorni posso ancora durare.

La mia impresa è concettualmente molto semplice e consiste, né più né meno, nell’andare verso Nord.

Sono molto attratto dal Nord, per molti motivi.

Il primo è che non c’è nessuno.

Nessun rumore, solo freddo, l’odore del freddo e del ghiaccio, la trasparenza dell’aria, il suono metallico di qualsiasi fenomeno si produca a queste temperature.

Del Nord mi piace l’opposizione definitiva tra esterno e interno, la necessità di disporre di un interno abitabile, caldo, e fronte di un esterno completamente ostile, dove anche l’ultima molecola di ogni cosa è contro di te e la tua esistenza.

Loro non hanno capito e se ne sono andati.

Brave persone, ma incapaci di pensare oltre una certa soglia, incapaci di percepire la bellezza come sottrazione, l’urgenza di districarsi dal caos, di andare incontro al nulla.

Ecco, potrei definirli come insensibili all’arte naturale del nulla, o meglio di quello che più si avvicina al nulla.

Tutti sanno che l’idea del nulla ha due referenti principali (escludendo lo spazio siderale, perché ancora non accessibile): il deserto e l’oceano.

La banchisa polare è oceano solidificato e completamente deserto, se si escludono gli ultimi orsi, le residue foche.

Dunque è un buon esempio di nulla, sia pure per difetto.

Ora non è che io desideri particolarmente di perdermi in queste lande.

È piuttosto che mi ci hanno spinto.

Chi?

Non lo so con precisione, non una sola persona, ma piuttosto un complesso di circostanze, forse un complesso di persone.

Ogni cosa per me è sempre stata molto difficile, ho sempre avuto grandi difficoltà ad essere ascoltato, mi guardavano come per dire: va bene, ma sbrigati che adesso ho un altro appuntamento, ho da fare.

Oppure: sì, preparami un prospetto, quando avrò tempo gli darò un’occhiata.

Oppure: è molto interessante ma adesso non è il momento.

Oppure, molto più spesso, i miei inter-locutori/locutrici sembravano non sentire e continuavano sul filo di un altro ragionamento, il loro.

…. Eppure non facevo che additare loro quelle che mi parevano evidenze del tutto conclamate…

Ma dal momento in cui ho cominciato a progettare questa spedizione tutte le porte mi si sono spalancate davanti, come se non si vedesse l’ora di vedermi partire verso Nord.

È certamente paranoia, la mia, perché non si finanzia una spedizione scientifica solo per liberarsi del suo ideatore.

Non si allestisce una nave rompi-ghiaccio, solo per levarsi un tizio, per così dire, dalle palle…

Ci sono altri modi per togliersi qualcuno dalle palle che metterlo su una nave in partenza per il Nord, eppure…

Lo strano sorriso dei miei compagni poco prima di abbandonarmi…

L’aria attenta, risoluta, quasi soddisfatta, come se eseguissero istruzioni precise, che avevano mentre si preparavano a partire, quasi fossero pagati per farlo, pagati per andarsene e lasciarmi qui.

Ma intanto ho le mie scorte, non mi manca nulla, nemmeno la tv.

Posso sintonizzarmi solo su canali dove si parla una lingua del tutto sconosciuta.

Trasmettono in continuazione documentari su orsi polari e foche, sulle forme, le trasparenze, i colori che assume il ghiaccio, come se fossero esclusivamente rivolti a una popolazione polare, di esteti dell’acqua sotto zero.

Non sono infinite, le scorte, ma per adesso non ho di che pre-occuparmi e in seguito si vedrà: se non fosse per queste macchie nere sulla faccia…

Intanto leggo e rileggo Le avventure del capitano Hatteras di Jules Verne…

C’è un vulcano al Polo…

Un vulcano attivo, proprio in corrispondenza del Polo Nord…

Tutt’intorno la banchisa si è sciolta, il vulcano appare come un’isola al centro di un’enorme apertura circolare nel continuum del pack…

La lava che scende lungo i suoi fianchi provoca enormi colonne di vapore che si elevano a grande altezza…

Tutto quel calore si genera per l’attrito dell’asse terrestre durante la rotazione giornaliera del Pianeta…

Hanno fatto bene a lasciarmi qui, ci sto bene…

Sono padrone del campo, e che campo!

Il Re della Banchisa con i suoi fidi Cavalieri dell’Ordine di Borea…

Torneranno, certo.

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