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L’anima salva

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Perù - agosto 2009

 

L’anima salva 
si accompagna
al nunzio dell’ombra
e al latore di luce
non concede il passo
al disincanto e all’illusione
e in indivisa pace
si ricongiunge al mondo

Requiem

 ed ecco per te il mio requiem senza parole con la bocca piena di erba e di felci azzurre ecco il mio requiem della corifera che non è creduta, della Cassandra che è vilipesa magnifico esempio di segreta impresa tu solo mi esalti e mi incanti perché sei colui che non si può prendere ed essendo fermo sulle rive del Gange in perenne contemplazione aspettando che passi la pagliuzza d’oro della conoscenza e dell’era eterna tu che sei scaltro più della pietra e più duro del sasso e che pensi perennemente pensi alle ere pitagoriche e che veneri Socrate e che infine sei Paolo di Tarso atterrato dalla fede infinita ebbene io ti disarcionerò dal tuo cavallo d’amore filiale desiderante farò di te un martire dell’ombra perché il segreto della tua tristezza è l’ordine e il disordine delle cose create perché io non sono dissimile a tua madre a Cerere eterna e infine sono anche la primavera che si mette sugli alberi insieme alla rugiada e tu ami la rosa della vergogna che mi trovo appuntata sul petto e tu le esalti e le scorri con le tue dita feconde. Potessi così capire il mio desiderio che si apre il fiore della carne infinitamente bella e trovarvi dentro il seme insaziabile dell’amore e dell’ebbrezza potessi sprezzante te spargere sangue insieme disseminare la discordia degli abissi perché sei il murmure pieno e il precipizio delle albe e perché infine tu conosci il senso della bellezza. Io aborro pensare ma aborro anche muovermi nel caos infinito. (A. Merini)

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Perù - agosto 2009 - L'Oceano

XXXVII Tutti i loro errori e dissidi derivano dal fatto che gli uomini cercano in se stessi l’unanime concordanza e mai nelle cose che stanno dietro di loro, nella luce, nel paesaggio, nel principio e nella fine. Così facendo perdono se stessi e non ottengono nulla. Si mescolano perché non sono capaci di unirsi. Si sostengono l’un l’altro e tuttavia il loro passo è incerto perché, deboli, entrambi vacillano; e in questa reciproca volontà di sostenersi disperdono tutta la loro forza così da non poter percepire nemmeno l’eco del frangersi di un’onda che giunge da fuori.
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Perù - agosto 2009 - L'oceano

XXXVIII Ogni forma di comunanza presuppone, tuttavia, una moltitudine di diversi esseri soli. Prima di loro stava semplicemente un tutto, privo di ogni relazione, compiuto in se stesso. Non era povero né ricco. Nell’istante in cui alcune sue parti si sono staccate dall’unità materna per crescere lontane, il tutto è entrato in contrasto con loro. Ma non gli sfuggono completamente. La radice nutre i frutti anche quando no sa della loro presenza.

XXXIX Noi siamo come i frutti. Pendiamo da pochi rami intrecciati e ci accade di sfiorare molti venti. Quel che noi possediamo è la nostra pienezza matura, il dolce succo e la bellezza. Ma la linfa che ci fortifica scorre in unico tronco da una radice lontana che si è fatta immensa passando tra i mondi e in tutti noi. E se vogliamo testimoniare della sua potenza, ciascuno di noi dovrà disporne secondo la natura particolare della propria solitudine. E quanti più sono i solitari, tanto più grande sarà la solennità, la commozione e il potere della loro comunanza.

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Come mi vuoi

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Dove andremo a finire?

Vicino alla tazzina del caffè, un biglietto. Dopo le informazioni di servizio, una domanda:

”dove andremo a finire?”.

 Manca il soggetto.

Noi =  la famiglia, Noi= la coppia, Noi= io e te come persone, individui singoli.

Una domanda che ne contiene tante altre.

Una domanda che presuppone avere già la  risposta a quelle “prime”.

Una domanda in cui  il Noi in qualche modo presuppone  la risposta a:   “dove andrò a finire?” non me lo chiedo, lo so, è l’unica certezza che ho.

Sepolta , in una bella tomba, altarino di marmo e fotografia  da lucidare.  

La gente che passa e dice “Ah!, sai chi è questa, bla, bla, …..”avrebbe da raccontare la saga familiare da soap opera per tutto il mese dei morti. Ed io trapassata, seduta su una bella sdraio accanto  alla mia tomba, ascolto  i discorsi delle persone che passano e si fermano a commentare. 

Ad ogni racconto, un flash back,  il  protagonista-morto (io) che commenta ironicamente gli avvenimenti  rivolgendosi direttamente al pubblico. Riproponendo  le eterne domande. Tutto visto da una prospettiva “più leggera e distaccata” .  Una commedia,  alla Woody Allen. Bisogna  morire davvero per andare al cinema?

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Perù - agosto 2009

La bellezza come autenticità.

 Autenticità amorale .

 richiede coraggio

 il riconoscersi non liberati.

Lima - Agosto 2009

Lima - Agosto 2009

Perù - agosto 2009

Perù - agosto 2009

 

La casa è vuota, silenziosa. Mi alzo e vado in cucina.
Il gatto mi segue, si struscia contro le mie gambe, chiede attenzione. Riempio le ciotole, acqua e crocchette. Bevo il caffè, che mio marito mi fa trovare pronto da ventidue anni.
Accendo la prima sigaretta, quella del condannato a vivere, e guardo dalla finestra.
Mi piace farmi accarezzare dai pensieri della mattina, sono i migliori, i più distaccati e lucidi, i più rivelatori. Seguendo il filo dei pensieri o la melodia di una canzone, scelgo i vestiti distrattamente, apro l’acqua della doccia, lascio scorrere l’acqua bollente fino a che il vapore invade la stanza, mi infilo nella doccia, mi disinquino. Infilo l’accappatoio senza lasciare il mio acquario, come un panno steso, passiva mi lascio sgocciolare. Mi vesto. L’aria calda del phon, dissolve il vapore sullo specchio, rifletto, non vedo. La sequenza delle azioni è un rituale, l’ultimo gesto il più sacro. Scelgo la matita per gli occhi, mi metto davanti allo specchio, traccio decisa il filo di colore, come un clown davanti allo specchio nel suo camerino che si prepara per lo spettacolo, a volte come un indiano pellirossa che si dipinge il volto prima di un attacco. Sono pronta per uscire e fare, faccio, non sono.

11 ottobre 2009 - per strada

11 ottobre 2009 - per strada

Un segreto
come quello di alcuni
 giardini chiusi
dai quali sale in alto
 solo il profumo.
11 ottobre 2009 - per strada

11 ottobre 2009 - per strada

 

Hannah Arendt

Hannah Arendt

“Ho passato tutta la mia infanzia e metà della mia giovinezza a fare più o meno come se per me fosse la cosa più semplice e spontanea del mondo, per così dire, la più naturale, corrispondere a tutte le aspettative. Forse per debolezza, forse per compassione, ma di sicuro perché non sapevo fare altrimenti”. 

 

..da bambina e da ragazza non fosse mai stata abbandonata da un senso di irrealtà. Il suo sapere scriveva Hannah, parlando di sé in terza persona, rimaneva “isolato e appartato”, la sua vita era “ripiegata su se stessa” e il presente le scivolava di dosso perché si abbandonava ad una vuota “nostalgia”.

 Era pervasa da una strana, indefinita nostalgia. “Io non intendo una nostalgia verso qualcosa di determinato – spiegava in Die Schatten – piuttosto una nostalgia come qualcosa che può rappresentare una vita e divenire per essa costitutiva”.

“Ho sempre saputo – fin da ragazzina  –  di poter esistere solo nell’amore. E avevo per questo una tale angoscia che io potessi semplicemente perdermi, che mi toglievo la mia indipendenza”.

Hannah scrisse su quello che un tempo era stato il suo maestro:”di conseguenza, quello che in Heidegger appare come “caduta” sono tutti quei modi dell’essere umano che conseguono dal fatto che l’uomo non è Dio e vive con i suoi simili nel mondo.Ciò che Heidegger intendeva come “caduta”, caduta dalla vita autentica Hannah l’avrebbe compreso come una fortuna propriamente umana. E’ la fortuna di non essere un Dio solitario, ma piuttosto di vivere con i propri simili in un mondo comune, che può essere formato soltanto insieme.

Il distacco di Heidegger dal “Si”, la sua convinzione che soltanto da soli, nell’allontanarsi dagli altri uomini si possa trovare se stessi, portarono ad una rappresentazione divina  dell’essere umano: un dio eroico, ma molto solitario.Paragonava se stesso a un soldato che inoltrava sul fronte dell’Esserci. Questo attacco lo si poteva intraprendere soltanto da soli, senza aiuto. Probabilmente dipendeva da questo convincimento il fatto che Heidegger risultasse così inaccessibile agli altri e fosse così attento a respingere ogni legame personale. Questo Esserci non è un baluardo di sicurezza e protezione al contrario è un “peso”. Al temine della nostra vita ci aspetta la morte, non quella di un altro, ma la tua e la mia. Nel riconoscimento e porre questa condizione fondamentale dell’Esserci si dà l’autenticità della vita. Nella dimensione dell’autenticità ci aspetta però l’angoscia, non l’angoscia verso qualcosa di determinato, ma l’angoscia come sensazione fondamentale senza fondo. Perciò l’impulso naturale di ogni uomo è fuggire questa esperienza.  

Heidegger e Jasper erano amici, si sentivano legati nella filosofica “comunità della lotta”. Ma Hannah si accorse presto che grandi differenze intercorrevano fra questi due uomini.

Se Heidegger era il suo adorato genio, Jasper rappresentava una figura paterna degna di rispetto. Se qualcuno riuscì a farla maturare, “condurla alla ragione”  questo fu Jasper, come Hannah scrisse una decina di anni più tardi. Con Jasper Hannah imparò qualcosa che non aveva ancora conosciuto.

Fino a quel momento nel suo rapporto con gli altri Hannah aveva conservato una profonda estraneità, nel suo intimo c’era sempre un angolo inaccessibile agli altri che la separava da loro. Jasper al contrario, tentava di esternare i suoi pensieri nel modo più chiaro e comprensibile e senza riserve, si esponeva e questo se lo aspettava anche dai suoi interlocutori. 

Per Hannah questo atteggiamento fu come una rivelazione. Fino ad allora le era sembrato naturale che soltanto un’interiorità chiusa potesse trovare se stessa. Ora aveva capito che per esperire qualcosa di se stessa doveva uscire fuori di sé, mostrarsi e questo voleva anche dire esporsi.

Nel suo libro Vita activa lo avrebbe detto in questo modo: “Tale rischio di apparire come qualcuno in relazione con gli altri, lo può assumere su di sé solo chi è disposto a muoversi nella relazioni con gli atri tra pari e a spiegare chi egli sia e a rinunciare all’estraneità originaria”.

Hannah non poteva cambiare pelle dall’oggi al domani. Non era semplice per lei scuotersi di dosso le sue paure infantili. Ma sotto l’influsso di Jasper a poco a poco riuscì a trovare una via d’uscita dalla sua auto reclusione.

Le conversazioni tra lei e Jasper le valutava così:”Non si pensa: oh questo non lo dovevo dire, perché lo offenderà. La fedeltà nell’amicizia è così grande che si sa che niente può essere offensivo”.

Hannah avrebbe rinunciato volentieri a un’esistenza priva di mondo. Hannah desiderava diventare “visibile” e scoprì di avere bisogno non solo di intelligenza e profondità, ma anche di coraggio. E trovò il coraggio di cambiare, di rinunciare a se stessa, alla sua particolarità, per imparare a “diventare un essere umano fra altri esseri umani”

(continua)

Cane nichilista

pausa ..

arimo ...........

domenica

Esco . Prendo la funicolare. C’é molta gente.
Un salto  a vedere la mostra di Ernesto.
Troppa folla, vado in Rocca, lì c’é silenzio e scrivo.
In questo periodo ho angoscia-
Non riesco a trovare il reale nel reale.
Mi consolo ripetendomi che era follia prima.
Quell’adattamento razionale alla realtà
le mie certezze
dove tutto era definito,
così definito e finito.
Era tutto “finito” e per questo già morto

Il mio rifugio

Un posto silenzioso, nella natura, ascoltarla, tranquillamente accoglierla. Senza dover cercare qualcosa in particolare. Immagino la mia baita. Mi piace pensare che sia semplice e piena. Con un bell’orto, il senso del tempo senza orologio. Un prato , fiori, niente recinzione e cancelli. Un posto in cui poter leggere, scrivere, scaldarmi al sole, dipingere. Grandi tele sul prato, mischiare i colori così come vengono senza nulla in particolare da dipingere. Andare a far legna per il  camino. Ricevere chi mi viene a trovare, anche solo per godere di un po’ di silenzio. Ascoltarli se hanno voglia di raccontare. Mi piacerebbe raccontare ancora favole a qualche bambino, dove i personaggi prendono forma da soli, un posto un po’ magico. Vedere un arcobaleno e ricordarmi di quando si “giocava” agli innamorati con i miei figli. “Quanto mi vuoi bene?” ,“Tanto”, “Tanto quanto?” ,“Tanto quanto l’oceano”, “Io di più”, “ Tanto come un arcobaleno, senza inizio e fine” . Penso a questo ogni volta che ne vedo uno.

petalo

Un incontro su un petalo di fiore
che si schiude alla luce della notte
nel mondo degli opposti.
Evanescenza, anime liberate
dagli affanni
si uniscono in una  danza primitiva

Si é dipinta l’opera

Si è dipinta l’opera scegliendo i colori, i dettagli, gli sfondi e gli oggetti. La mano é stata guidata dai codici acquisiti, riconosciuti e fatti propri. Per quanto possa apparire bella rimane un senso di incompiuto.
Tutto ha un suo ordine, un suo posto, una simmetria, un equilibrio, in cui i contorni sono ben definiti , rassicuranti. E’ apprezzata . Ma ferma, immobile e sterile.
Ti fermi fai entrare nuova luce. La parete bianca opposta riflette l’opera sfumando i contorni e ti smarrisci. Fino a quando il tuo guardare si predispone ad accogliere senza pregiudizi e senza la ricerca della certezza dei contorni. Quello sfumato semplifica, allarga, riporta all’essenza e in quelle immagini riflesse intuisci l’esistenza di un tutto e di un insieme. Una possibilità e un tentativo.

chiudo gli occhi

Chiudo gli occhi
odore di buono da trattenere
calore che trapassa
immagini che scorrono
parole che si intrecciano
trama che prende forma
veloce svanisce
ricomincio

Giovanni

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La guerra

La guerra distrugge la Terra/più ci evolviamo/più ci uccidiamo/Se facciamo attenzione/non ci sarà distruzione/se tutti vi arrenderete/di morti non ne avrete./Con i carri armati distruggiamo i campi arati/
Alla strage della fanteria si unirà l’artiglieria/BASTA FARE LA GUERRA. (giovanni)

Sul mio balcone.

07062009-DSC_0100Il desiderio di vedere sul mio balcone un fiore di rara bellezza mi accarezza ogni nuova estate. Ma so che  i fiori ricercati sono  i più delicati, i più bisognosi di cure, ma nel mio andar di fretta, nel mio: “li bagno domani” ,  le pianticelle  avvizzirebbero e inaridite, senza linfa vitale, lentamente morirebbero.

L’arrivo di una nuova estate mi metterà ancora una volta di  fronte ad una scelta.

Sarà nell’estate più matura che prediligerò un fiore diverso,  alla ricerca della bellezza più particolare, quella più celata, difficile da scorgere e da far crescere. Escluderò il comune geranio e la surfinia. E consapevole che non per sempre godrò di nuove estati, la volontà sarà forte nel dedicargli le cure e il tempo necessari. Permettere  alla pianta di germogliare e fiorire.

Siamo un paese di “stupidi”  e ne facciamo sfoggio senza riserve. Per cambiare questo “stato di stupidità ”  prima che diventi endemico e geneticamente trasmesso alle nuove generazioni,  sarebbero  necessarie almeno due volontà semplici. La prima: spegnere la televisione, la seconda: accendere il cervello. Semplici e complicate da attuare perché si intuisce e si intravede, la misura dell’abisso.

Per questo si preferisce essere lobotomizzati e artificialmente felici; la paura , il poco coraggio nel volersi fermare e guardare indietro  ci fa andare avanti, dominati. Se ci si sente “inquieti”, non si indaga, non ci si ferma a riflettere, lasciamo che meccanismi di comportamento, ormai acquisiti spingano la nostre azioni.

Siamo tristi? Una visita dal concessionario e cambiamo la macchina (pensando di cambiare pelle e identità), rinnovare il guardaroba, qualche lampada che ti fa più sano e più bello, al limite una ritoccata a tette e culo o un trapianto di capelli, una scappata in palestra, perché bisogna essere in forma e sfuggire alla vecchiaia,  sfuggire al naturale corso della nostra esistenza, sfuggire alla morte, con il desiderio di vivere più a lungo possibile, rincorrere l’immortalità attraverso l’eterna giovinezza del corpo, ma a che scopo, con quale fine. Marinella, (annunciatrice tv, personaggio dell’invisibile Daniele Luttazzi) presentava  la Messa così :“ un giallo senza finale a sorpresa”, e così è la nostra vita.  Ma desideriamo essere così “reali” pensando di poter vivere un finale diverso.

Se l’odore di morte è più forte  ci   aggrappiamo  alle cose materiali, falsamente vivi,   ci affanniamo ad ingannarci e a corromperci.

Questa sera bagno di folla in città, cosa che faccio  raramente, come guardare la tv , che  non vedo da quasi due anni. Mi siedo, ceno in piazza e guardo. Tutti uniformati, si distingue qualche turista dei voli low cost di Ryanair. Non mi riconosco e mi dico che forse val la pena starsene a casa. Non riesco più ad arrabbiarmi,  ma ciliegina sulla torta: ecco comparire in Piazza Vecchia la “ronda”. Neanche fosse la stazione Centrale di Milano, ma anche lì a che servono le ronde? . Ma da quali pericoli ci devono proteggere? Immigrati, drogati, prostitute … penso alle “facce di chiulo” dei  nostri politici, e del  Vaticano, i dominanti a braccetto,   ai loro sorrisi sornioni soddisfatti nel vedere compiersi sotto i loro occhi , le conferme delle loro “strategie” (loro pensano!). Con le ronde stanno preparando una rete di controllo del territorio, una volta creata, nelle ronde  ci infilano le teste calde, gli uomini fidati e il gioco è fatto, ecco un esercito, una struttura parallela armata, a completo servizio dei padroni.

I “rondisti” si  mettono in mezzo alla piazza, con un fare , “in odore di potere” datogli dalla divisa. Sono ridicoli e ci sarebbe da ridere, ma mi viene difficile. Mi sale una rabbia, mi rendo conto che stanno  limitando la libertà dei deboli, ma anche la mia e sono degli “stupidi” qualsiasi  che si prestano ad un gioco subdolo con regole e finale già scritto, mi chiedo se ne sono consci.  Mi sale rabbia perché nessuno vuol vedere o rileggere la storia, non ci vuole un gran cervello per capire, ma a chi importa? Chi vuol rinunciare ad essere lobotomizzato, si aprirebbe un vuoto cosmico. Finirà un’altra volta con le liste di proscrizione?

Ci sono tutti gli ingredienti, paura, crisi economica, status raggiunto da difendere, mezzi di informazione “a servizio”, la televisione per eccellenza , potente voce di  un’informazione pilotata e madre del pensiero unico.

Pagheranno i ribelli, i vivi,  i deboli  e i nemici creati a tavolino, pagheremo tutti.  Chissà magari ci si rivede in un Club Vacanze a  Dachau.

Abbiamo tutti dei figli e ho timore per il loro futuro e vorrei  per una volta un gesto “reale”:

 mettere al rogo la tv. Ricreare il silenzio, quello prima di ogni creazione e di ogni metamorfosi,  e rimetterci in contatto, non con il “reale” ma con un altro mondo possibile che possa fare di noi Uomini migliori.

Passi.

Dalle scale arriva un rumore. Rumore di passi. Tacchi a spillo. Intensità diverse tra un passo e l’altro come se la donna fosse zoppa. La immagino con un vestito elegante. Un travestimento. Quell’ incedere “zoppo” tradisce la sua mancanza di leggerezza e di bellezza. Zoppa anche nell’anima.

Strane visioni

1968.jpgSono in macchina, sono senza sigarette e faccio una deviazione in direzione del tabaccaio del paese. Compro le sigarette, risalgo in macchina e imbocco la via principale dietro al Municipio. La via costeggia il viale della Chiesa di San Sebastiano. Il viale e il sagrato sono stati ristrutturati qualche anno fa, gli alberi sono cresciuti e abbracciano il viale. Il sagrato e il viale sono vuoti, sembra che tutti si siano dati appuntamento da qualche altre parte.
La simmetria degli alberi e l’ordine che regna mi danno un senso di serenità.
D’improvviso il viale e il sagrato si popolano di persone. Sono vestite a festa, c’è il sole, tutti sembrano allegri, in attesa, fintamente indaffarati. Le donne in tailleur tinta unita, con i capelli cotonati, sandali tipo Chanel neri con il cinturino alla caviglia e la borsetta sottobraccio abbinata al colore delle scarpe. Gli uomini ben sbarbati, con l’abito doppiopetto, grigio o blu gessato, scarpe nere lucidissime e i capelli con la riga.
Vedo i miei parenti liguri, Flavia, cugina di mia mamma, ride e parla, parla, suo marito un bel uomo abbronzato, affascinante, mi sono sempre chiesta come avesse potuto sposare Flavia. Mia mamma è a disagio, in molte occasioni la vedo così, come se non fosse mai il posto giusto dove stare, sempre in allarme, sospesa, a difendersi dai pericoli che vede in ogni angolo della vita, sorride timidamente. Mio padre non lo vedo, di sicuro si è dimenticato qualcosa di importante da fare all’ultimo minuto e ha fatto una “scappata” da qualche parte. Ci sono anch’io. E’ il giorno della mia Prima Comunione. Sono carina, delicata, ho paura di rovinare la veste lunga, bianca. E’ un giorno speciale e sono agitata, un po’ sperduta. Ho la croce al collo, scarpe bianche e guanti bianchi di raso. Mi piacciono i guanti bianchi è un tocco femminile, un tocco che non mi concedo mai con il mio fare la dura vestendomi da maschio. Ho i capelli sciolti che arrivano all’altezza delle spalle, anche quelli mai troppo lunghi, un cerchietto di roselline bianche mi dà un’aria candida. Mi piace guardarmi, mi faccio tenerezza.
Tutto si dissolve.
Non ho nessuna fotografia della mia Prima Comunione, chissà se tutto era davvero come me lo sono immaginato.

Un istante

Sull’albero che scorgo dalla finestra si posano dei passeri.
I giovani rami si piegano accogliendo la loro sosta, flettendosi morbidi.
I rami mossi dal peso e dal vento li cullano dolcemente.
D’improvviso i passeri riprendono il loro volo.
Flettendosi i rami hanno permesso all’uno di unirsi all’altro, un insieme.
E’ un istante, la sua bellezza.

amos ozIn questo preciso istante io dovrei tornare, svegliare Azariah e dirgli: mio caro, questa è la risposta che invano cercano il tuo Spinoza e il signor Hugo Boxel e tutti quei sognatori che continuano a domandarsi se sia rimasto al mondo un briciolo di giustizia e, in caso affermativo, dove si trova? Buongiorno Azariah, svegliati, e anche tu Rimona, su, metti il bollitore sul fuoco, sono partito e sono tornato e ho scoperto dove sta di casa la giustizia: solo nei sogni. Giustizia per tutti, e in abbondanza, per ciascuno secondo le sue possibilità e i suoi bisogni, perché lì nei sogni, c’è il vero kibbutz, come dovrebbe essere. Perché nei sogni neppure il capo di uno stato maggiore può dirti che cosa fare e cosa non fare, nemmeno a se stesso può dirlo, perché dorme come un gatto, senza divisa e senza gradi e senza niente. Andate a dormire compagni la giustizia vi sta aspettando laggiù, dentro i sogni. Solo io starò sveglio. Io non voglio dormire, voglio impazzire. Non cerco nessuna giustizia, io, cerco la vita. Che è più o meno il contrario della giustizia.

Questo impulso interiore, il desiderio di prendere e dare tutto quello che si ha per qualcosa che non potrà mai esistere, ha una vaga somiglianza con il moto dell’universo stesso, l’orbita delle stelle, l’alternarsi delle stagioni. La parola giusta è forse, spasimo.

Ho pensato che la morte verrà da me una mattina d’inverno e che la mia vita si concluderà senza che io sia arrivato nemmeno a una definizione, per quanto irrilevante, senza che io abbia capito nulla di nulla. In quel momento mi è spiaciuto per il mio flauto, che dopo trent’anni non ha avuto da me altro che esecuzioni mediocri, certo non stonate tuttavia senza mai conoscere nemmeno qualche istante di perfezione, di estasi.

Da remote profondità dentro di me, è giunta una specie di quiete. Come se fossi diventato un altro. Come se fossi riuscito ad eseguire dal mio flauto un brano particolarmente difficile, un brano che provavo invano da molti anni. Come se fosse sorta in me la fiducia che d’ora in poi sarei stato capace di suonarlo sempre, senza stecche e persino senza una particolare fatica.

Il principio che mi anima, e che ho scritto già tante volte qui su questi quaderni, è che c’è già abbastanza sofferenza al mondo, guai ad aggiungerne dell’altra. E anzi, se possibile, cercare di alleviarla. Il buon Stutchnik ogni tanto mi chiama curato di campagna. Sia pure. D’ora in poi, il curato è promosso vescovo. E non intende scendere a compromessi con la crudeltà, la prepotenza, con la menzogna e le sofferenze che ci infliggiamo a vicenda. La vera difficoltà sta, dopo tutto, nel riconoscere il bene dal bene apparente. Fra il bene e il male, non c’è problema: piuttosto, ci sono forze vitali che operano sotto mentite spoglie. Bisogna stare vigili. Nel mondo animale ci sono casi, al cui proposito certi uccelli rappresentano un ottimo esempio, in cui l’istinto migratorio, che è una manifestazione dell’istinto di sopravvivenza, si manifesta invece in forma pericolosa, distruttiva. Come se questo istinto di sopravvivenza fosse scisso in due componenti antagoniste, che si minacciano mortalmente a vicenda. Già.

.

In corsa seguendo il filo del destino
svendo l’anima a mercanti di parole.

Qualcosa

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Qualcosa che nasce
nell’indefinito silenzio
un senso dimenticato
fiorisce

Alma

Il male minore

Agire per un fine e un ideale facendo il compromesso di scegliere il male minore come strumento per raggiungere un fine, ha portato spesso a mali maggiori.
L’azione vale per se stessa il fine coincide con l’attività stessa.
Vale la pena isolare anche i mali minori, perchè a noi è dato di fare solo il presente non possiamo “fare il futuro” come se si trattasse di qualcosa che sta solo nelle nostri mani. Non vuol dire farenulla. Un agire nel presente e non un fare per un fine futuro. Fare per un fine giustifica i mali minori , il fine giustifica i mezzi porta a mali peggiori o al meno peggio e si giunge alla conclusione che non vale la pena di combattere anche i mali minori.

oggi piove

Oggi piove . Gocce silenziose che cadono a terra. Ne servono molte prima che la terra arida inizi ad ammorbidirsi e ad accoglierle. Non c’è nessuno in casa. C’è ancora tempo prima di uscire. Da bambina quando pioveva andavo a caccia di vermi . Cercavo un bacchetto di legno, sottile ma robusto, stivali, felice di sentire l’odore della pioggia, smuovere la terra e cercare il mio verme. Metterlo in equilibrio sul rametto e trasportarlo sull’asfalto, soddisfatta. Concentrata solo a fare bene la tua grande impresa. Nessun altro pensiero se non godere alla vista di un nuovo verme, della terra smossa e della pioggia. Annullando la misura del tempo e dello spazio, come solo i bambini sanno fare concentrati nel loro gioco.

Maggio

A volte si ha il bisogno di riscoprire ricordi. Oggi voglio ripercorrere ricordi positivi.
Questo mese di maggio mi riporta a ricordi legati a mio figlio. A quei regali meravigliosi che solo i bambini sanno donare.
Il primo è legato alla sua Prima Comunione. Durante la cerimonia il prete legge alcune lettere scelte tra quelle scritte dai bambini il giorno precedente. Il tema è :”ringraziare Gesù per una cosa bella e cosa vorresti chiedergli”. Dopo alcune lettere il prete ne inizia a leggere una in cui un bambino si scusa della sua scrittura quasi illeggibile, il prete conferma sorridendo. Poi ringrazia Gesù per avergli dato genitori buoni e sempre gentili con lui , dentro di me penso a quanto sono fortunati quei genitori , ringrazia di avergli donato suo fratello maggiore che lo difende e lo protegge quando ne ha bisogno. Poi chiede a Gesù di perdonarlo perchè non si era comportato bene, “aveva segato il tavolo della maestra!” , dalla Chiesa si leva una risata benevola, io sto zitta. E’ Giovanni. Lui si gira e mi guarda un pò smarrito, gli sorrido e lo abbraccio con gli occhi.

Il secondo ricordo risale allo scorso anno. 11 maggio festa della Mamma. Giovanni è dalla sera prima che gira per casa con il suo sacchetto. Dentro c’è il regalo che mi ha preparato, insiste che lo apra subito, ma resisto e rimando a domani. La mattina presto entra nella mia camera con il suo pacchetto, lo apro e ci trovo una statuetta di Budda. In quel periodo mi dedicavo alla lettura di testi buddisti e scherzando lui mi chiamava “eretica”.
Lo trovo un regalo “sentito”, sono felice e lo ringrazio per la sua attenzione. Esce, poi rientra e mi dice: “Mamma, oggi sono a tua completa disposizione”. Sono serenamente turbata. Mi alzo, mi preparo, e chiamo Giovanni. Gli dico di prendere il suo libro “Erbolario” si va per boschi a cercare le foglie che attaccheremo sul suo libro a fianco alle immagini. Camminiamo, cerchiamo foglie e cicaleggiamo, arriviamo in cima alla collina e gli offro un pranzo alla Trattoria degli Alpini. Polenta e costine. E’ felice di mangiare costine, un cibo così poco sano! Usciamo satolli. Ci fermiamo seduti su una gradinata da cui si vede la valle sottostante e parliamo del più e del meno. Poi soddisfatto mi dice : “è bello stare qui a parlare con te di queste cose,… e soprattutto con la panza piena!!” Rido di gusto. Ci incamminiamo verso casa. Gli dico “Grazie Giò, per questo giorno 11 maggio 2008″.

La mia amica Anna.

 

 

 

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Autor: Ana Bertelli
Titulo: Juntos
Tecnica: Mixta / Papel
Formato: 48 x 34 cm.
Año: 2006

 

http://www.laparedgaleria.org/

 

 
 
Exposición Virtual: DESDE EL DIBUJO
Abril de 2009 

TEMPERA (L’Aquila) – Sono tutti morti. Anche i vivi. I cadaveri sono stati coperti con un velo e i vivi sono stati svelati. Sono cadute le pareti delle loro case e chiunque può frugare nella loro intimità. Attraverso una finestra si sbircia come voyeur, ma quando sono le mura a non esserci più, allora si smette di spiare. Si condivide. Si scorgono bagni e boiler, accappatoi, uccelli impagliati, televisori a schermo piatto, quadri, collage di fotografie di fidanzati, stampanti di computer, bottiglie di plastica. Basta solo arrampicarsi lungo le stradine del centro storico dell’Aquila. Incustodite e deserte. Tutto è incustodito e deserto. Tutti possono vedere e fare tutto. Per poi scoprire troppo presto che non si può fare niente. Solo guardare dentro le case. Squassate in sezione, come certe vecchie case delle bambole. Come in una delle immagini più famose di “Germania anno zero”. Le case dell’Aquila sono case di Barbie, ma tutte ricoperte di un sottile velo di polvere. Un’imbalsamazione degli oggetti. Che li invecchia di colpo. Mentre, poche ore fa, viveva tutto. Viveva dentro i sorrisi e dentro le parole che, in un attimo, sono state annientate. Per questo è tutto morto. Perché nessuno parla, nessuno ride, e anche i pianti sono brevi e improvvisi, a volume ridotto, appartati e composti. Sono pianti di una gente orgogliosa che, questa è l’impressione, non è abituata a piangere. Dal momento che anche il pianto sa essere una forma di spettacolo, ma lo spettacolo è un repertorio che appare del tutto estraneo alla dignità di queste persone. I vivi non hanno più niente. Non hanno le case, ma, soprattutto, non hanno l’interno delle loro case, non possono più afferrare quella visione d’insieme fatta d’oggetti, odori, che compongono la vita e la quotidianità. Non hanno i punti di riferimento minimi che attrezzano gli individui per la sopravvivenza al dolore. Hanno solo i morti. Anche per questo sono morti. E hanno un fiume indefinito d’estranei che si aggira per la loro città. Perlopiù in divisa. E anche questi estranei, eroici e tenaci, sembrano muoversi in una sorta di lutto attivo. Ma sempre di lutto. Mentre gli abitanti, nella loro sovrumana compostezza, sembrano attraversati da una forma dolorosa ancora sconosciuta. Un lutto freddo. Che incute un rispetto assoluto. E nessuno, neanche per sbaglio, si sogna di tradire il rispetto per il loro lutto. Una famiglia piange davanti alla casa dello studente e le televisioni vincono l’irresistibile tentazione. Li lasciano in pace. Una delle ragazze più belle viste negli ultimi dieci anni attraversa un gruppo di almeno cinquanta giovani in divisa. Nessuno commenta. Nessuno solleva uno sguardo di troppo su di lei. Ciascuno ha ritrovato il rispetto e la dignità. Nell’orgia del dolore, il mondo va come dovrebbe andare. E poi regna la paura, perché niente è finito e tutto è solo cominciato. Tutti i pensieri, anche quelli più elementari, sono violentati dalle scosse d’assestamento. La paura e il dolore, uniti e inscindibili, formano un’unica entità. Un’entità insopportabile. Che congela questo lutto, per farsi cosa attonita, ed impressionante. E, su tutto, il silenzio. Un silenzio nuovo e indefinibile. Interrotto, di tanto in tanto, da un elicottero lontano. Da un aereo militare. E tutti a comporre lo stesso pensiero, ma nessuno lo comunica, perché è banale: la sensazione di un’altra, più piccola, ma simile, guerra mondiale. A intervalli regolari, solo il rumore delle ruspe; le braccia meccaniche, oltre i tetti sfondati, raspano nelle macerie, per poi fermarsi ex abrupto. Allora i vigili del fuoco riprendono a muoversi con cautela e fatica. E l’interruzione delle ruspe porta tutti sullo stesso, ossessivo concetto: ci sono altri morti. Perché pare tramontata l’idea di trovare i vivi. Così dicono i cani. Le rare volte che si parla, si parla delle unità cinofile. I cani, sono loro che “bonificano” le zone. Sono loro che, momentaneamente, stabiliscono e qualificano, in maniera affidabile e concreta, un’idea di speranza. Frugano in mezzo alle macerie e odorano. I vivi a lutto frugano in mezzo alle macerie e sprofondano nuovamente nell’intimità della gente, ma più in dettaglio questa volta. Una vicinanza scandalosa. Ed escono fuori vecchie cartelle della tombola, ecocardiogrammi, borse di donne anziane, scarpe spaiate, album fotografici di una felicità che pare preistorica e i volontari della protezione civile raccolgono tutto dentro enormi buste. Con un’accortezza commovente. Perché promette una parziale restituzione alla vita, una volta trovati i legittimi proprietari. E poi spunta un crocefisso da pochi soldi, uno di quelli che sormontano brutti letti matrimoniali. Un volontario raccatta dello spago e lo attacca ad un albero. La cosa non colpisce, non smuove nessuno. È un gesto che richiederebbe pensieri e interpretazioni simboliche appena più complesse, che nessuno è in grado né ha voglia di fare. Ancora silenzio, fantasmagorico. C’è il silenzio di certe prime teatrali, un attimo prima che si apra il sipario. Anche i molti, con lo sguardo vacuo, e l’orecchio appeso al cellulare, sono muti. Telefonano, ma sembra che non parlino. E puoi anche dubitare che ascoltino. S’intuisce solo una serie ininterrotta, feroce, di squilli senza risposta. Le persone sono tutte mute, eppure cortesi. C’è una gentilezza silenziosa. Come dovrebbe essere il mondo, anche lontano dalle tragedie. Le ruspe attaccano e si fermano di nuovo. Si sente solo il motore acceso di un’ambulanza in attesa di niente. Non arriverà nessuno. Neanche la delusione. L’autista spegne il motore. Nelle strade del centro storico, adiacenti a via XX settembre, un solo, sordido rumore, è spietato e incessante. Quello dell’acqua delle tubature divelte. Piccoli rivoli che scrosciano. Per poi perire, appena ci si allontana di pochi passi. È come un lento disgelo. Ma senza il candore della neve in montagna. Qui, quello che un tempo doveva essere immacolato e prezioso, è diventato residuo. Insensato e senza possibilità d’uso. Dopo l’ennesimo silenzio, ancora il rumore della paura. Sono le 19 e 45 di martedì sette aprile. Una scossa violentissima. Scappano tutti. Poco dopo arriva un uomo con gli occhiali e dice che è stata trovata una ragazza sotto le macerie. Viva. Anche i cani sbagliano. (PAOLO SORRENTINO)

Essere invisibile

Mi sono resa invisibile. I tuoi attacchi non mi trapassano più il cuore, non più.
Attraversano senza ferire, si perdono oltre.
Non mi interessa più essere visibile ai tuoi occhi, ho smesso di parlarti, ho smesso di spiegarti.
Le mie azioni sono le mie parole.
La tua lotta per renderti visibile è vana .
Il tuo visibile è l’espressione del nulla e della tua debolezza.
Non sei tu che hai stabilito la misura della nostra distanza, ma il mio essere invisibile.

Si ha paura di mille cose, dei dolori, dei giudizi, del proprio cuore, del risveglio,
della solitudine, del freddo, della pazzia, della morte… specie di questa, della morte.
Ma tutto ciò è maschera e travestimento. In realtà c’è una cosa sola
della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve
passo sopra tutte le assicurazioni esistenti. E chi una volta sola si è donato,
chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero.
Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nella spazio universale
e partecipa alla ridda delle stelle.
(H.Hesse)

Per amore

dsc_07361Tutto sta in questo verbo APPARTENERE.
Appartenere=sentirsi amati=bisogno d’amore.
Un bisogno d’amore grande.
E’ quell’Amore che non ha un nome, un luogo, un limite, un odore, un colore, una stagione, è quell’amore che è armonia, verità, bellezza. e’ quell’amore per uno sguardo sfiorato e sconosciuto, per un tramonto di straordinaria bellezza, per un oceano in cui perdersi, per la risata libera e cristallina di un bambino, per un urlo senza voce, per la mano che ti hanno teso. E’ quell’amore per un naturale ordine delle cose che ti possa regalare un senso di pace e di giustizia.
Per amore.

Ragionare

Il segreto non sta nella soluzione, ma nel processo che ha occupato la mente. In cerca della soluzione il giovane monaco ha dovuto affrontare varie emozioni, dall’arroganza alla rabbia, alla disperazione, all’odio verso il Maestro, fino ad arrivare alla serenitá che ha spinto la sua mente al di lá del solito, lineare modo di ragionare, le ha permesso di pensare diversamente.

(T. Terzani)

2009-02-15_11-51-28“….Sentivo che in fondo aveva ragione. Non che mi aspettassi una vita migliore di quella che ho fatto, ma l’idea che la parte più bella avesse ancora da venire mi pareva contenere una sua logica. Fino alla mia età si è fatto il proprio dovere, si è pagato il debito della conservazione della società, mettendo al mondo figli, lavorando. Si è giocato il ruolo che si è scelto o che ci è stato assegnato. Ci si è comportati come si deve, si è fatta la propria figura e ora, finalmente, si è liberi. Liberi non certo di andare in pensione. La pensione, intesa come lo stadio della vita in cui si è pagati per non far nulla? Anche quello che fraintendimento! Di nuovo un’interpretazione tutta materialistica della vecchiaia! La pensione è bella per quelli hanno da andare a dipingere, a pescare, a scalare le montagne o devono scrivere romanzi. Per me questo andare avanti nell’età significa solo diventare più franco, disinvolto, poter dire sempre quello che penso, occuparmi di quel che credo sia importante, anche se non pare agli altri. Ora si può finalmente essere liberi come da giovani non è permesso essere. Ora si può vivere fuori dagli schemi, fuori dalle regole che mantengono la società. E’ solo alla mia età che ci si può permettere la pazzia di essere presi per pazzi. Non ho forse già cominciato? Eccomi qua, davanti a un indovino! A trent’anni non l’avrei mai fatto! L’uomo mi ispirava.” (Un indovino mi disse. T.Terzani)

Papa e Preservativo

Il Papa in questa occasione avrebbe dovuto astenersi da ogni riferimento al preservativo. Avrebbe dimostrato buon senso e rispetto. Ma credo volesse dimostrare qualcosa d’altro, non buon senso.
Il discorso è stato sicuramente pensato e pesato e nulla detto per caso. Credo ci sia malafede in questo discorso. Un discorso da “colomba” ma che infila tra una parola ed un’altra un messaggio forte, a ribadire che la Chiesa è potente e non ha paura, non cede a nessun compromesso. “Vi riconfermo che siamo forti e vi sfido”.
La Chiesa ha conservato il suo potere grazie alla determinazione con cui difende i suoi dogmi. Hitler ne aveva preso esempio “non siamo un movimento, siamo una religione”ammirava l’assetto istituzionale della Chiesa e il suo essere antimodernista.
Mettere in discussione i suoi dogmi equivale ad una resa, ad un debolezza e una perdita di potere e controllo assoluto. La Chiesa non è democratica e aperta al confronto, cedere su questo sarebbe l’inizio della fine.
La religione cattolica offre una risposta al bisogno di spiritualità dell’uomo e alle sue eterne domande, ma chiede in cambio fede e accettazione assoluta dei suoi dogmi e del suo potere. Per i cattolici prendere o lasciare.

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C’era una volta un cuore.
Era un cuore color rosso vivo, grande, a volte irriverente e avventuroso; un cuore gonfio di ingenua curiosità. Era un cuore giovane e protetto da una pelle troppo sottile, troppo visibile e vulnerabile per non essere ferito. Si costruì, inconsapevolmente per sopravvivere, una fitta, fitta fila di sbarre, fino a imprigionare se stesso. Il cuore trascorreva le sue giornate in un ordine discreto, calmo e solo, lasciandosi galleggiare su una zattera di sughero. Un giorno, un soffio caldo, leggero e inquietante, lo sfiora. Quel calore prepotentemente riporta il cuore a lontane emozioni, assopite, ma mai dimenticate. Il soffio si infila tra le sbarre, il cuore lo vorrebbe allontanare, per paura di essere ferito, ma non lo fa. Lo accoglie, lo ascolta, sapendo fin dall’inizio che il soffio d’improvviso lo avrebbe lasciato. Si affezionarono, ricercavano la stessa cosa, stanchi di sopravvivere, cercavano un senso al loro vuoto e un briciolo di verità su se stessi. Il soffio, quando fu ora di partire, gli sussurrò di non dimenticarlo mai, il cuore sorrise, lo accarezzò … No, non si poteva dimenticare , come non ci si può dimenticare di respirare e di Vivere ogni mattina. Il cuore sa che non è la misura della distanza ciò che unisce o separa, ma è la misura dell’ appartenenza che non ci fa più sentire soli.

A volte.

910_001E’ strana la vita . Come le montagne russe.
Salite lente, discese repentine, voli in alto e poi precipiti. A volte, lì sospesa,  trattenendo il respiro, nell’attesa di ciò che verrà. Altre volte metti i piedi a terra, che la testa ti gira ancora, confusa, in  preda all’indecisione se fare un altro giro o voltare le spalle. Se scegliere il vagone vuoto e girare in solitaria, o quello pieno di gente, ma forse alla quale non hai niente da dire o da ascoltare.

Il sognatore

… ti ricordi : …”non si cattura il vento con le mani” …
Si,  e mi rispondevo :” ma io credo nei sogni”.
Non ho cambiato idea e sogno.

Sogno di uscire ogni mattina in giardino a bagnare
quella terra arida, e una mattina dopo l’altra
aspettare la nascita di un germoglio che sbuchi dalla terra.
E quel giorno poter dire, a tutti quelli che ti credevano pazza sognatrice,
“Eccolo!, avete visto? C’era il seme. Ci voleva solo pazienza, amore e volontà”

Ogni mattina innaffio quella terra con l’ostinazione
che hanno i sognatori, che sanno amare oltre il visibile
e che per un sogno vanno oltre ciò che è normale.

Filo rosso

…..in un gioco di specchi che riflette una luce potentissima,

quella del riconoscersi, anzi,

 quella della volontà di riconoscersi,

quella che lega un filo rosso tra gli esseri umani.

Si chiama rosso perchè è un’ arteria invisibile

che conduce sangue da un cuore a un altro cuore.

Opi (blog www.azu.spindler.com)

Voglia di tenerezze

Un nuovo amico - Fontana, 15-02-2009

Un nuovo amico - Fontana, 15-02-2009

Questa mattina ci siamo incrociati. Stavi dentro un cortile, sembrava abbandonato, mi guardavi con il muso infilato in una breccia della rete. Siamo rimasti così, io inginocchiata ad accarezzarti e tu ad aspettare qualche carezza, con la testa appoggiata sul muretto.
I tuoi occhi sono così tristi, ti accarezzo ma non scondinzoli,  sembri ormai rassegnato.
Ci assomigliamo cane, amico mio!
2009-02-15_10-44-071

Non è un cuore, perdio, è un sandalo di pelle di bufalo
che cammina, incessantemente, cammina
senza lacerarsi
va avanti
su sentieri pietrosi.

Una barca passa davanti a Varna
“Ohilà, figli d’argento del Mar Nero!”
una barca scivola verso il Bosforo
Nazim dolcemente carezza la barca
e si brucia le mani

Ai margini.

… ai margini, la certezza dei confini vacilla. Si è più soggetti alle invasioni, meno in grado di mobilitare le difese, meno sicuri della nostra identità, nonostante gli altri ci possano percepire come persone di carattere. La dislocazione del sé dal centro verso margini indefiniti accentua la fusione tra noi e il mondo e allora ci possiamo sentire “da tutto benedetti”.
… sentite cosa scrisse, Jung nell’ultima pagina della sua autobiografia: “ sono stupito, deluso, contento di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire se alla fine valgo o non valgo, non ho un giudizio da dare su me stesso e sulla mia vita. Non c’è nulla di cui mi senta veramente sicuro. Quando Lao-tzu dice: ”Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime quello che provo io ora, nella mia vecchiaia avanzata .. Eppure ci sono così tante cose che mi riempiono: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte e l’eterno che è nell’uomo. Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose. Anzi è come se quel senso di alienazione, che per tanto tempo mi ha separato dal mondo, adesso si fosse trasferito nel mio mondo interiore, rivelandomi un’insospettata estraneità a me stesso.”
(Hillman – La forza del carattere)

Esci dalla penombra e cammina
davanti a noi un poco,
gentile, con il passo leggero
della donna risoluta a tutto, terribile
per i terribili.

Distolta a forza, io so
come temevi la morte, ma
ancora più ti faceva orrore
la vita indegna.

E non fosti indulgente
in nulla verso i potenti, e non scendesti
a patti con gli intriganti, e non
dimenticasti mai l’ingiuria e sui loro
misfatti non crebbe mai l’erba.

A Eluana e a un figlio.

Cerco di immedesimarmi nel padre di Eluana. Pensare che il figlio in quella camera, disteso sul quel letto fosse il mio. Penso che non sarei stata forse capace di rompere il filo, dare un taglio al cordone ombelicale fra me e mio figlio , questa volta per dargli la morte invece che la vita.
Ci vuole tanto coraggio per mettere la parola fine tra te e tuo figlio.
Il coraggio del dopo, il coraggio nell’affrontare i pensieri del poi, quando la quiete fa depositare tutto il pulviscolo e si rimane soli a chiedersi se a tuo figlio hai dato un arrivederci o hai dato un addio per sempre. Ci vuole fede per credere in un arrivederci . Mi auguro che Beppino Englaro non viva nel dubbio e che quel saluto sia stato “ un arrivederci Eluana”. In ogni caso, rispetto profondamente la sua scelta , come quella di chi decide diversamente. E’ un dolore che merita solo rispetto.
Penso che una legge debba darti la possibilità di scegliere e i tuoi affetti più cari possano essere i tuoi portavoce, per ricordare quello che eri e quello che desideravi. I medici da parte loro dovrebbero com-passione sostenere e aiutare rispettando le scelte in un senso o nell’altro, tutti gli altri …..fuori.

quaquaraquà

«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre

Se il Cristo visitasse Eluana Englaro io credo che o la resusciterebbe o la lascerebbe andare perché ogni altra opzione è diabolica.
Poi andrebbe dai mercanti di fede in Vaticano e sferrerebbe un gran pugno sui loro banchetti che smerciano un “diritto alla vita” che è una mera istigazione alla tortura. E ricorderebbe loro la più dolce e adulta parola del creato: compassione. Non credo che il Cristo dei Vangeli si fermerebbe a San Pietro. Nelle redazioni, andrebbe, dei giornali integralisti, delle televisioni senza pietà, e nelle ineffabili sedi dei partiti che gridano all’assassinio solo per raggranellare un pugno di voti dai cattolici. E farebbe tremare loro i denti con parole di fuoco.

Infine siederebbe, il Cristo che conosco, a un tavolino nell’angolo di un bar di periferia, con il papà di Eluana. Berrebbero un bicchiere di vino nel silenzio adulto e immenso in cui navigano i corpi celesti. E con incanto stellare gli occhi del Cristo consolerebbero Beppino Englaro, perché a quell’uomo è stato commesso un torto di violenza e vigliaccheria inaudite.
E tacerebbe il Cristo, come gli sciami di stelle che non hanno bisogno di parole per esprimersi, e in questo silenzio palpitante, in una luce di feroce tenerezza, nessuno oserebbe più dire una parola.

h1caook17hcak77jhbca24q0swca3hbafxcazj8f2ccawle7wkca9gd9stca79fuuoca002bg4ca3n5z25cap8qmxqca25qmrvcay0wjggca34h7pjcat1rz8jcauwk8hfca69jl6ica38cy8ccavv9e1lLocomotiva , vagoni, treno , un viaggio, una meta.

Si parte carichi di energia ed entusiasmo .
Locomotiva a pieno regime, tutti verso una meta.
Si condivide il viaggio con gli altri passeggeri.
Gli occhi incollati al finestrino , sguardi complici ai compagni di viaggio,
pieni di speranza e con il desiderio di vedere e toccare nuove frontiere.
Il viaggio è faticoso , entusiasmante ma richiede sacrificio, costanza, fede, lealtà, unità.
Molti non reggono, di stazione in stazione, i compagni di viaggio scendono, rinunciano al viaggio.
Chi per soddisfare un desiderio immediato, futile e fugace, chi per salire su un treno più comodo e veloce perché ormai conta arrivare, se possibile, con il minimo sforzo, chi semplicemente si accontenta e non vuole vedere oltre.
Si rimane in pochi e seduti distanti , ognuno sul proprio vagone.
Gli occhi non sono più incollati al vetro, ma cercano tra le poltrone vuote sguardi in cui riconoscersi.
Il treno è lento, la locomotiva al minimo.
E’ questo il senso di smarrimento, pochi, spenti, lontani e sfiduciati.
Devi scegliere: scendi anche tu alla prossima stazione rassegnata, o con quel po’ di energia e speranza che ti è rimasta attraversi il treno di vagone in vagone e raduni tutti fino alla locomotiva, per essere più vicini, per guardarsi negli occhi e sentire ancora girare il motore a pieno regime e lo scorrere del sangue nelle vene.

Un dono inaspettato

Mork, la montagna e la neve ...

 Il desiderio di abbracciare ciò che di così grande sta fuori di noi.

Trascendere i limiti, cercare un’Armonia.

Solo il ricongiungerci con il tempo, le stagioni, la natura, abbandonare la presunzione di essere il centro dell’universo.

Accogliere il nostro bisogno di essere uomini, piccoli, solo ingranaggi di un meccanismo perfetto e immenso.

Oceani, montagne, sole, tramonti, piogge, neve sono immutabili con o senza di noi, è questa la bellezza e la grandezza che dobbiamo cogliere.

Abbandonare la presunzione e semplificare.

 

Riconoscere la Bellezza e accoglierla senza dirigere, senza possedere.                                                                                

Mai come in questo periodo sento il bisogno del tempo, del silenzio e di un sogno da realizzare, qualcosa di semplice e “genuino”, prima che il tempo mi sfugga e rimanga solo il rimpianto e il vuoto.

 

Incollo un pezzo del blog http://tashtego.splinder.com/ l’autore, molto meglio di me sa tramutare i pensieri in parole:

 

 

 

La vita è ‘na scioite de’ sole.

La vita è un’uscita di sole, dicono in certi posti dell’Abruzzo.

Ho una specie di fremito da riconoscimento.

Una breve botta di luce che si fa strada tra le nuvole.

Eppure io la mia vita non la vedo così, la mia vita non è stata questo nemmeno nei primi anni.

E nemmeno dopo, durante la giovinezza e la prima maturità.

La mia vita è stata una continuazione di nuvolaglie e squarci di sole, di incertezze, sofferenze, felicità, godimenti: la solita roba, solo mitigata (ma resa più confusa) dal tempo di pace in cui sono vissuto.

Ma lo stesso riconosco quest’immagine come qualcosa che mi appartiene.

Un’uscita di sole in un giornata d’aprile, metti, coperta, ventosa, la luce che ti investe all’improvviso e ti scalda e alzi la faccia verso il cielo per riceverla in pieno, e chiudi gli occhi, mentre il sangue che irrora le palpebre ti copre le pupille con un velo rosso…

Uno solo di questi istanti – che si direbbero di puro esistere nello spazio-tempo, di assoluta consapevolezza fisica di essere parte del pianeta e della sua stella – può dirsi vita a pieno titolo.

Può farsene rappresentante ufficiale.

Potrebbe restare, in piena legittimità, l’unica cosa degna di essere ricordata prima di accedere al nulla: ‘na scioite de’ sole”.

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