da Una pace perfetta. Amos Oz

luglio 5, 2009 § Lascia un commento

amos ozIn questo preciso istante io dovrei tornare, svegliare Azariah e dirgli: mio caro, questa è la risposta che invano cercano il tuo Spinoza e il signor Hugo Boxel e tutti quei sognatori che continuano a domandarsi se sia rimasto al mondo un briciolo di giustizia e, in caso affermativo, dove si trova? Buongiorno Azariah, svegliati, e anche tu Rimona, su, metti il bollitore sul fuoco, sono partito e sono tornato e ho scoperto dove sta di casa la giustizia: solo nei sogni. Giustizia per tutti, e in abbondanza, per ciascuno secondo le sue possibilità e i suoi bisogni, perché lì nei sogni, c’è il vero kibbutz, come dovrebbe essere. Perché nei sogni neppure il capo di uno stato maggiore può dirti che cosa fare e cosa non fare, nemmeno a se stesso può dirlo, perché dorme come un gatto, senza divisa e senza gradi e senza niente. Andate a dormire compagni la giustizia vi sta aspettando laggiù, dentro i sogni. Solo io starò sveglio. Io non voglio dormire, voglio impazzire. Non cerco nessuna giustizia, io, cerco la vita. Che è più o meno il contrario della giustizia.

Questo impulso interiore, il desiderio di prendere e dare tutto quello che si ha per qualcosa che non potrà mai esistere, ha una vaga somiglianza con il moto dell’universo stesso, l’orbita delle stelle, l’alternarsi delle stagioni. La parola giusta è forse, spasimo.

Ho pensato che la morte verrà da me una mattina d’inverno e che la mia vita si concluderà senza che io sia arrivato nemmeno a una definizione, per quanto irrilevante, senza che io abbia capito nulla di nulla. In quel momento mi è spiaciuto per il mio flauto, che dopo trent’anni non ha avuto da me altro che esecuzioni mediocri, certo non stonate tuttavia senza mai conoscere nemmeno qualche istante di perfezione, di estasi.

Da remote profondità dentro di me, è giunta una specie di quiete. Come se fossi diventato un altro. Come se fossi riuscito ad eseguire dal mio flauto un brano particolarmente difficile, un brano che provavo invano da molti anni. Come se fosse sorta in me la fiducia che d’ora in poi sarei stato capace di suonarlo sempre, senza stecche e persino senza una particolare fatica.

Il principio che mi anima, e che ho scritto già tante volte qui su questi quaderni, è che c’è già abbastanza sofferenza al mondo, guai ad aggiungerne dell’altra. E anzi, se possibile, cercare di alleviarla. Il buon Stutchnik ogni tanto mi chiama curato di campagna. Sia pure. D’ora in poi, il curato è promosso vescovo. E non intende scendere a compromessi con la crudeltà, la prepotenza, con la menzogna e le sofferenze che ci infliggiamo a vicenda. La vera difficoltà sta, dopo tutto, nel riconoscere il bene dal bene apparente. Fra il bene e il male, non c’è problema: piuttosto, ci sono forze vitali che operano sotto mentite spoglie. Bisogna stare vigili. Nel mondo animale ci sono casi, al cui proposito certi uccelli rappresentano un ottimo esempio, in cui l’istinto migratorio, che è una manifestazione dell’istinto di sopravvivenza, si manifesta invece in forma pericolosa, distruttiva. Come se questo istinto di sopravvivenza fosse scisso in due componenti antagoniste, che si minacciano mortalmente a vicenda. Già.

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