tratto da “Io, Hannah Arendt” di A.Prinz (prima parte)

ottobre 7, 2009 § Lascia un commento

 

Hannah Arendt

Hannah Arendt

“Ho passato tutta la mia infanzia e metà della mia giovinezza a fare più o meno come se per me fosse la cosa più semplice e spontanea del mondo, per così dire, la più naturale, corrispondere a tutte le aspettative. Forse per debolezza, forse per compassione, ma di sicuro perché non sapevo fare altrimenti”. 

 

..da bambina e da ragazza non fosse mai stata abbandonata da un senso di irrealtà. Il suo sapere scriveva Hannah, parlando di sé in terza persona, rimaneva “isolato e appartato”, la sua vita era “ripiegata su se stessa” e il presente le scivolava di dosso perché si abbandonava ad una vuota “nostalgia”.

 Era pervasa da una strana, indefinita nostalgia. “Io non intendo una nostalgia verso qualcosa di determinato – spiegava in Die Schatten – piuttosto una nostalgia come qualcosa che può rappresentare una vita e divenire per essa costitutiva”.

“Ho sempre saputo – fin da ragazzina  –  di poter esistere solo nell’amore. E avevo per questo una tale angoscia che io potessi semplicemente perdermi, che mi toglievo la mia indipendenza”.

Hannah scrisse su quello che un tempo era stato il suo maestro:”di conseguenza, quello che in Heidegger appare come “caduta” sono tutti quei modi dell’essere umano che conseguono dal fatto che l’uomo non è Dio e vive con i suoi simili nel mondo.Ciò che Heidegger intendeva come “caduta”, caduta dalla vita autentica Hannah l’avrebbe compreso come una fortuna propriamente umana. E’ la fortuna di non essere un Dio solitario, ma piuttosto di vivere con i propri simili in un mondo comune, che può essere formato soltanto insieme.

Il distacco di Heidegger dal “Si”, la sua convinzione che soltanto da soli, nell’allontanarsi dagli altri uomini si possa trovare se stessi, portarono ad una rappresentazione divina  dell’essere umano: un dio eroico, ma molto solitario.Paragonava se stesso a un soldato che inoltrava sul fronte dell’Esserci. Questo attacco lo si poteva intraprendere soltanto da soli, senza aiuto. Probabilmente dipendeva da questo convincimento il fatto che Heidegger risultasse così inaccessibile agli altri e fosse così attento a respingere ogni legame personale. Questo Esserci non è un baluardo di sicurezza e protezione al contrario è un “peso”. Al temine della nostra vita ci aspetta la morte, non quella di un altro, ma la tua e la mia. Nel riconoscimento e porre questa condizione fondamentale dell’Esserci si dà l’autenticità della vita. Nella dimensione dell’autenticità ci aspetta però l’angoscia, non l’angoscia verso qualcosa di determinato, ma l’angoscia come sensazione fondamentale senza fondo. Perciò l’impulso naturale di ogni uomo è fuggire questa esperienza.  

Heidegger e Jasper erano amici, si sentivano legati nella filosofica “comunità della lotta”. Ma Hannah si accorse presto che grandi differenze intercorrevano fra questi due uomini.

Se Heidegger era il suo adorato genio, Jasper rappresentava una figura paterna degna di rispetto. Se qualcuno riuscì a farla maturare, “condurla alla ragione”  questo fu Jasper, come Hannah scrisse una decina di anni più tardi. Con Jasper Hannah imparò qualcosa che non aveva ancora conosciuto.

Fino a quel momento nel suo rapporto con gli altri Hannah aveva conservato una profonda estraneità, nel suo intimo c’era sempre un angolo inaccessibile agli altri che la separava da loro. Jasper al contrario, tentava di esternare i suoi pensieri nel modo più chiaro e comprensibile e senza riserve, si esponeva e questo se lo aspettava anche dai suoi interlocutori. 

Per Hannah questo atteggiamento fu come una rivelazione. Fino ad allora le era sembrato naturale che soltanto un’interiorità chiusa potesse trovare se stessa. Ora aveva capito che per esperire qualcosa di se stessa doveva uscire fuori di sé, mostrarsi e questo voleva anche dire esporsi.

Nel suo libro Vita activa lo avrebbe detto in questo modo: “Tale rischio di apparire come qualcuno in relazione con gli altri, lo può assumere su di sé solo chi è disposto a muoversi nella relazioni con gli atri tra pari e a spiegare chi egli sia e a rinunciare all’estraneità originaria”.

Hannah non poteva cambiare pelle dall’oggi al domani. Non era semplice per lei scuotersi di dosso le sue paure infantili. Ma sotto l’influsso di Jasper a poco a poco riuscì a trovare una via d’uscita dalla sua auto reclusione.

Le conversazioni tra lei e Jasper le valutava così:”Non si pensa: oh questo non lo dovevo dire, perché lo offenderà. La fedeltà nell’amicizia è così grande che si sa che niente può essere offensivo”.

Hannah avrebbe rinunciato volentieri a un’esistenza priva di mondo. Hannah desiderava diventare “visibile” e scoprì di avere bisogno non solo di intelligenza e profondità, ma anche di coraggio. E trovò il coraggio di cambiare, di rinunciare a se stessa, alla sua particolarità, per imparare a “diventare un essere umano fra altri esseri umani”

(continua)

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