Hannah Arendt (2)

febbraio 2, 2010 § Lascia un commento

Nell´autunno del 1924, Hannah Arendt, si iscrisse a filosofia, teologia e filologia classica presso l´università di Marburg – l´università dove insegnava Martin Heidegger. Era una bellezza ebrea, una di quelle brune e ricciute figlie di Sion ricordate nel Cantico dei Cantici attorno all´Amato. Aveva “occhi brillanti e scintillanti come stelle quando era felice e appassionata”: vere finestre, dalle quali si intravedeva il vasto lago dell´anima. Amava ridere con gli amici: chiacchierare per ore: essere corteggiata; prendersi gioco di sé stessa e degli altri. Desiderava la felicità con un candore infantile; e, malgrado le sventure sue e del suo popolo, avrebbe conosciuto la gioia leggera degli dèi greci. “Sono molto felice, avrebbe detto venti anni più tardi, perché non si può andare contro la propria vitalità naturale. Il mondo, così come Dio l´ha creato, a me sembra buono”. Possedeva il dono della naturalezza: il senso che tutte le cose che si dicono e i gesti che si fanno sono giusti. Per adattarsi alle speranze del cuore, portava un elegantissimo abito verde. Die grüne, “la verde”, la soprannominavano gli studenti di Marburg.

Aveva grandi mete: ricercare i doni dello spirito, l´essenza della vita, il cuore delle cose, la verità nascosta del mondo. Per lei, era un compito, che imponeva in primo luogo a sé stessa. Voleva diventare ciò che era, realizzando sino in fondo l´idea che Dio aveva posto in lei quando l´aveva creata – a tutti i costi, anche se ciò, forse, avrebbe significato avvilirsi nell´esistenza. Con una parte di sé, era luciferina e intoccabile: indifferente a ciò che la vita le imponeva, perché mai avrebbe potuto intaccare l´essenza adamantina della sua anima. Perciò, durante la giovinezza e la maturità, fu dura, arrogante, cocciuta, piena di disprezzo e di terribili collere, impaziente, sarcastica, sferzante. Non ebbe mai pietà o compassione verso se stessa. Non conobbe il sentimento della vanità personale, perché le premeva realizzare l´idea che Dio aveva posto in lei, idea della quale non aveva nessun merito. Non provava nessuna considerazione di sé: disprezzava o nascondeva i propri sentimenti, fingeva che tutto procedesse bene anche se nell´intimo era disperata; cercava di proteggersi con la più austera e severa discrezione – discrezione che il mondo moderno ha dimenticato. Era generosissima. Il suo primo gesto era quello di sacrificarsi, come aveva appreso da una delle figure essenziali della sua mente, Gesù Cristo.
Come dissero Hans Jonas e Mary McCarthy, quegli occhi radiosi di felicità diventavano, all´improvviso, pieni di solitudine: “profondi, tenebrosi, stagni di interiorità”. La creatura della luce era anche una figlia della notte. La mattina stentava ad uscire dai sogni; e solo a poco a poco riusciva faticosamente a mettere piede nel giorno. Spesso disse scherzando agli amici che non possedeva un´anima: ma, quando inviò a Heidegger la prosa intitolata Ombre, non era altro che anima, un´ombrosa e illimitata anima romantica. Non aveva rapporti con la realtà e gli avvenimenti: viveva solitaria in un sonno incantato: conosceva solo i propri riflessi: provava angoscia, nostalgia, attesa; quella che Goethe chiamava Sorge, la Cura, le oscurava la luce. Il minimo evento, il minimo oggetto, qualsiasi parola potevano ferirla; e spesso si colpiva e si feriva con le sue mani. Ma questo intreccio, nei suoi sguardi di luce e di tenebra, questa alternanza, nella sua esistenza, di felicità leggera e di nostalgia, di dolore e di durezza, attraeva gli amici. In quei vasti occhi, “uno sprofondava e temeva di non poter più riaffiorare alla superficie”. Per tutta la vita, il suo fascino attrasse coloro che la incontravano: studenti ebrei e cattolici, professori, romanzieri, poeti, portieri, albergatori, editori, giornalisti alla caccia di interviste. Scrisse cose bellissime: ma il suo incantesimo veniva da più lontano, dall´essenza segreta della persona, da quel dono occulto che qualcuno – forse il Dio della Bibbia – nascose dentro di lei.
(tratto da un articolo di Pietro Citati, “la Repubblica”, 15-16 luglio 2003)

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