Intelligenza del cuore

maggio 23, 2010 § Lascia un commento

Proust la chiamava “l’intelligenza del cuore”:
che è misura del mondo, sua inderogabile norma,
sua vera interiore salute.

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Hannah Arendt (2)

febbraio 2, 2010 § Lascia un commento

Nell´autunno del 1924, Hannah Arendt, si iscrisse a filosofia, teologia e filologia classica presso l´università di Marburg – l´università dove insegnava Martin Heidegger. Era una bellezza ebrea, una di quelle brune e ricciute figlie di Sion ricordate nel Cantico dei Cantici attorno all´Amato. Aveva “occhi brillanti e scintillanti come stelle quando era felice e appassionata”: vere finestre, dalle quali si intravedeva il vasto lago dell´anima. Amava ridere con gli amici: chiacchierare per ore: essere corteggiata; prendersi gioco di sé stessa e degli altri. Desiderava la felicità con un candore infantile; e, malgrado le sventure sue e del suo popolo, avrebbe conosciuto la gioia leggera degli dèi greci. “Sono molto felice, avrebbe detto venti anni più tardi, perché non si può andare contro la propria vitalità naturale. Il mondo, così come Dio l´ha creato, a me sembra buono”. Possedeva il dono della naturalezza: il senso che tutte le cose che si dicono e i gesti che si fanno sono giusti. Per adattarsi alle speranze del cuore, portava un elegantissimo abito verde. Die grüne, “la verde”, la soprannominavano gli studenti di Marburg.

Aveva grandi mete: ricercare i doni dello spirito, l´essenza della vita, il cuore delle cose, la verità nascosta del mondo. Per lei, era un compito, che imponeva in primo luogo a sé stessa. Voleva diventare ciò che era, realizzando sino in fondo l´idea che Dio aveva posto in lei quando l´aveva creata – a tutti i costi, anche se ciò, forse, avrebbe significato avvilirsi nell´esistenza. Con una parte di sé, era luciferina e intoccabile: indifferente a ciò che la vita le imponeva, perché mai avrebbe potuto intaccare l´essenza adamantina della sua anima. Perciò, durante la giovinezza e la maturità, fu dura, arrogante, cocciuta, piena di disprezzo e di terribili collere, impaziente, sarcastica, sferzante. Non ebbe mai pietà o compassione verso se stessa. Non conobbe il sentimento della vanità personale, perché le premeva realizzare l´idea che Dio aveva posto in lei, idea della quale non aveva nessun merito. Non provava nessuna considerazione di sé: disprezzava o nascondeva i propri sentimenti, fingeva che tutto procedesse bene anche se nell´intimo era disperata; cercava di proteggersi con la più austera e severa discrezione – discrezione che il mondo moderno ha dimenticato. Era generosissima. Il suo primo gesto era quello di sacrificarsi, come aveva appreso da una delle figure essenziali della sua mente, Gesù Cristo.
Come dissero Hans Jonas e Mary McCarthy, quegli occhi radiosi di felicità diventavano, all´improvviso, pieni di solitudine: “profondi, tenebrosi, stagni di interiorità”. La creatura della luce era anche una figlia della notte. La mattina stentava ad uscire dai sogni; e solo a poco a poco riusciva faticosamente a mettere piede nel giorno. Spesso disse scherzando agli amici che non possedeva un´anima: ma, quando inviò a Heidegger la prosa intitolata Ombre, non era altro che anima, un´ombrosa e illimitata anima romantica. Non aveva rapporti con la realtà e gli avvenimenti: viveva solitaria in un sonno incantato: conosceva solo i propri riflessi: provava angoscia, nostalgia, attesa; quella che Goethe chiamava Sorge, la Cura, le oscurava la luce. Il minimo evento, il minimo oggetto, qualsiasi parola potevano ferirla; e spesso si colpiva e si feriva con le sue mani. Ma questo intreccio, nei suoi sguardi di luce e di tenebra, questa alternanza, nella sua esistenza, di felicità leggera e di nostalgia, di dolore e di durezza, attraeva gli amici. In quei vasti occhi, “uno sprofondava e temeva di non poter più riaffiorare alla superficie”. Per tutta la vita, il suo fascino attrasse coloro che la incontravano: studenti ebrei e cattolici, professori, romanzieri, poeti, portieri, albergatori, editori, giornalisti alla caccia di interviste. Scrisse cose bellissime: ma il suo incantesimo veniva da più lontano, dall´essenza segreta della persona, da quel dono occulto che qualcuno – forse il Dio della Bibbia – nascose dentro di lei.
(tratto da un articolo di Pietro Citati, “la Repubblica”, 15-16 luglio 2003)

Mi faccio gli auguri di buon compleanno.

dicembre 4, 2009 § Lascia un commento

Perù - 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla rinascita. L’ampliamento.

Inizialmente la personalità è raramente ciò che sarà in seguito. Per ciò sussiste, almeno nella prima metà della vita, la possibilità di un ampliamento e di un cambiamento. Esso può avere luogo attraverso un accrescimento dall’esterno, cioè per il fatto che nuovi contenuti vitali vengono immessi dall’esterno e assimilati. In questo modo si può sperimentare una crescita sostanziale della personalità. Si è inclini a supporre che questo ampliamento venga solo dall’esterno; su ciò si fonda il pregiudizio che la personalità si sviluppi, se la si sottopone quanto più possibile a sollecitazioni esterne. Ma quanto più si segue questa formula, quanto più si pensa che la crescita venga dal di fuori, tanto più ci s’impoverisce nell’intimo.

Se dal di fuori ci afferra una grande idea, dobbiamo comprendere che ciò accade solo perché in noi qualcosa corrisponde ad essa e le si muove incontro.

La ricchezza consiste nel possedere la disponibilità psichica a ricevere. Tutto ciò che viene da fuori, come del resto tutto ciò che emerge da dentro, diviene nostro solo se siamo capaci di un’ampiezza interiore, che corrisponda alla grandezza del contenuto che si incontra fuori o dentro.

La crescita effettiva della personalità è il divenire coscienti di un ampliamento che scaturisce da fonti interiori. [ ] Si dice perciò giustamente che l’uomo cresce secondo la grandezza del suo compito. Ma egli deve avere in sé la capacità di crescere, altrimenti neppure il compito più difficile può servigli; egli rischia piuttosto di essere spezzato da esso.

(da Anima e morte – Sul rinascere.     C.G.Jung)

Requiem

novembre 4, 2009 § Lascia un commento

 ed ecco per te il mio requiem senza parole con la bocca piena di erba e di felci azzurre ecco il mio requiem della corifera che non è creduta, della Cassandra che è vilipesa magnifico esempio di segreta impresa tu solo mi esalti e mi incanti perché sei colui che non si può prendere ed essendo fermo sulle rive del Gange in perenne contemplazione aspettando che passi la pagliuzza d’oro della conoscenza e dell’era eterna tu che sei scaltro più della pietra e più duro del sasso e che pensi perennemente pensi alle ere pitagoriche e che veneri Socrate e che infine sei Paolo di Tarso atterrato dalla fede infinita ebbene io ti disarcionerò dal tuo cavallo d’amore filiale desiderante farò di te un martire dell’ombra perché il segreto della tua tristezza è l’ordine e il disordine delle cose create perché io non sono dissimile a tua madre a Cerere eterna e infine sono anche la primavera che si mette sugli alberi insieme alla rugiada e tu ami la rosa della vergogna che mi trovo appuntata sul petto e tu le esalti e le scorri con le tue dita feconde. Potessi così capire il mio desiderio che si apre il fiore della carne infinitamente bella e trovarvi dentro il seme insaziabile dell’amore e dell’ebbrezza potessi sprezzante te spargere sangue insieme disseminare la discordia degli abissi perché sei il murmure pieno e il precipizio delle albe e perché infine tu conosci il senso della bellezza. Io aborro pensare ma aborro anche muovermi nel caos infinito. (A. Merini)

R.M. RILKE Appunti sulla melodia delle cose.

novembre 3, 2009 § Lascia un commento

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Perù - agosto 2009 - L'Oceano

XXXVII Tutti i loro errori e dissidi derivano dal fatto che gli uomini cercano in se stessi l’unanime concordanza e mai nelle cose che stanno dietro di loro, nella luce, nel paesaggio, nel principio e nella fine. Così facendo perdono se stessi e non ottengono nulla. Si mescolano perché non sono capaci di unirsi. Si sostengono l’un l’altro e tuttavia il loro passo è incerto perché, deboli, entrambi vacillano; e in questa reciproca volontà di sostenersi disperdono tutta la loro forza così da non poter percepire nemmeno l’eco del frangersi di un’onda che giunge da fuori.
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Perù - agosto 2009 - L'oceano

XXXVIII Ogni forma di comunanza presuppone, tuttavia, una moltitudine di diversi esseri soli. Prima di loro stava semplicemente un tutto, privo di ogni relazione, compiuto in se stesso. Non era povero né ricco. Nell’istante in cui alcune sue parti si sono staccate dall’unità materna per crescere lontane, il tutto è entrato in contrasto con loro. Ma non gli sfuggono completamente. La radice nutre i frutti anche quando no sa della loro presenza.

XXXIX Noi siamo come i frutti. Pendiamo da pochi rami intrecciati e ci accade di sfiorare molti venti. Quel che noi possediamo è la nostra pienezza matura, il dolce succo e la bellezza. Ma la linfa che ci fortifica scorre in unico tronco da una radice lontana che si è fatta immensa passando tra i mondi e in tutti noi. E se vogliamo testimoniare della sua potenza, ciascuno di noi dovrà disporne secondo la natura particolare della propria solitudine. E quanti più sono i solitari, tanto più grande sarà la solennità, la commozione e il potere della loro comunanza.

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Filo rosso

febbraio 23, 2009 § Lascia un commento

…..in un gioco di specchi che riflette una luce potentissima,

quella del riconoscersi, anzi,

 quella della volontà di riconoscersi,

quella che lega un filo rosso tra gli esseri umani.

Si chiama rosso perchè è un’ arteria invisibile

che conduce sangue da un cuore a un altro cuore.

Opi (blog www.azu.spindler.com)

quaquaraquà

febbraio 10, 2009 § 2 commenti

«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre

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