marzo 31, 2011 § 2 commenti

Pericolose e maligne sono quelle tristezze soltanto, che si portano tra la gente, per soverchiarle col rumore; come malattie, che vengano trattate superficialmente e in maniera sconsiderata, fanno solo un passo indietro e dopo una breve pausa erompono tanto più paurosamente; e si raccolgono nell’intimo e sono vita, sono vita non vissuta, avvilita, perduta, di cui si può morire.
Se ci fosse dato di veder più oltre di quel che non giunga il nostro sapere, e un poco più in là dei bastioni del nostro presentimento, forse allora sopporteremmo noi le nostre tristezze con maggior fiducia che non le nostre gioie. Perché sono esse i momenti in cui qualcosa di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto.
I nostri sentimenti ammutoliscono in semplice timidezza, tutto in noi indietreggia, sorge una calma, e il nuovo, che nessuno conosce, vi sta nel mezzo e tace. lo credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi sentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi. Perché noi siamo soli con la cosa straniera che è entrata in noi; perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto; perché noi siamo in un passaggio dove non possiamo fermarci.
Perciò anche poi passa la tristezza: il nuovo in noi, il sopravvenuto, è entrato nel nostro cuore, è penetrato nella sua camera più interna e anche là non è più, è già nel sangue.
E noi non capiamo cosa sia stato. Ci si potrebbe facilmente persuadere che nulla sia accaduto, e pure noi ci siamo trasformati, come si trasforma una casa, in cui sia entrato un ospite. Noi non possiamo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi, molto primache accada.
E perciò è tanto importante essere soli e attenti, quando si è tristi: perché il momento, vuoto in apparenza e fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita, di quell’altro sonoro e casuale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade.
Quanto più calmi, pazienti e aperti noi siamo nella tristezza, tanto più profondo e infallibile entra in noi il nuovo. Tanto meglio noi ce lo conquistiamo, tanto più sarà esso nostro destino, enoi ci sentiremo, se un giorno più tardi accadrà (cioè da noi uscirà verso gli altri) affini e prossimi ad esso, nel più intimo di noi stessi.
E questo è necessario.
R. M. Rilke
Lettera del 12 agosto 1904

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marzo 31, 2011 § Lascia un commento

“Due settimane fa ho ricevuto una lettera. Avevo un amico che faceva il fotografo. Non era un filosofo, aveva letto pochissimo, ma era un uomo totalmente privo di illusioni. L’ho conosciuto alla fine della guerra. Quando parlavo con lui, a volte mi sentivo un ingenuo. E quest’uomo, a sessant’anni, ha sposato una ragazza e ha avuto un figlio. Allora gli ho detto: ”Ma insomma, lei che non si fa illusioni su niente, come ha potuto fare una cosa simile?”. E lui: ”Eppure è successo, mi sono invaghito di quella donna..”. Trovo che la cosa veramente bella della vita sia l’aver perso ogni illusione e ciononostante fare un atto di vita, essere complici di una cosa come questa. Essere in totale contraddizione con quello che si sa. E se la vita ha qualcosa di misterioso è appunto questo, che pur sapendo ciò che si sa, si è capaci di compiere un atto che va contro il proprio sapere. Non credo che valga la pena di lanciarsi in grandi teorie metafisiche su cosa si il mistero ecc., questo è il mistero: che si possa fare qualcosa che è in contraddizione con tutto ciò che si sa. Una sorta di avventura, e quindi di follia.”

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febbraio 4, 2011 § Lascia un commento


Il cinico è spinto da una sete di negazione quasi viziosa, da una volontà di smascherare. C’è in lui qualcosa di diabolico, un gioco perverso dello spirito, estraneo alla ponderazione che è propria dello scettico o di quell’ansioso minore che è il disilluso, il quale può equipararsi allo scettico se innalza le sue disillusioni e i suoi turbamenti al livello della conoscenza.
Lo scetticismo è un perpetuo interrogarsi, il rifiuto istintivo della certezza. E’ un atteggiamento prettamente filosofico, ma paradossalmente non è il risultato di un processo: è innato. In effetti scettici si nasce. Il che non impedisce manifestazioni superficiali di entusiasmo.
Di solito mi considerano un passionale, probabilmente sotto certi aspetti lo sono, ma il fondo resta scettico, ed è questo che conta, l’attitudine a mettere in forse ogni certezza. Indubbiamente abbiamo bisogno di certezze per agire. Solo che la minima riflessione distrugge questo assenso spontaneo. (cit)

Blow up – tennis

maggio 20, 2010 § Lascia un commento

Dal diario di Rilke

marzo 18, 2010 § Lascia un commento

Pontresina - Febbraio 2010

nel suo diario Rilke scrive improvvisamente, quasi folgorato, questa riflessione: «La voce degli angeli non giungerà agli uomini piegati sotto un carico pesante. La voce li circonderà come vento e strapperà i vestiti sopra i loro cuori. Li farà barcollare, li getterà a terra, li solleverà. E li muoverà come non si sono mai mossi, li agiterà come le onde del mare, li riempirà come gli abissi. Li trascinerà con sé, li porterà via dalla casa e dalla patria, li abbandonerà su isole, li farà fiorire a dare frutti su isole lontane. E terrorizzati dalla morte, li attirerà su navi beccheggianti e in capanne su cui imperversano tempeste. Li salverà proprio sul punto della morte quotidiana e li proteggerà dalla fine, affinché ci siano occhi per guardare il bambino d’oro nato dalla Vergine. E guiderà gli occhi a vedere. Porterà il loro volto innanzi a un altro volto. Guiderà le loro mani a una nobile povertà e i loro piedi su paglia morbida e luminosa. E li accoglierà dopo il cammino con balsami e cristalli di rocca. Allontanerà la polvere dai loro abiti affinché tornino splendenti. Cheterà il loro turbamento, e prenderà il bastone ancora caldo dalle loro mani per farne un albero da frutto e un albero ombroso sopra la culla del mondo ».
Sarà un perfetto, inaudito silenzio, senza più alcuna attesa».

8 agosto 2009

febbraio 20, 2010 § Lascia un commento

Lima

Sono le 4 del mattino, non riesco a dormire a causa del fuso orario. Mi alzo e faccio una doccia. La camera è umida, le lenzuola sono umide. Siamo arrivati ieri alle 17 ora locale. Ad attenderci Stefano che lavora per l’agenzia viaggi.
A Lima è inverno, fa freddo e umido. La città è coperta da una strana nebbia , sembra irreale. La nebbia, il traffico, le case e i negozi fatiscenti della periferia, la rendono lugubre, poco accogliente. La guida ci porta in albergo, zona Miraflores che con Isidoro erano una volta i quartieri dei ricchi peruviani. Quartieri affacciati sull’ Oceano Pacifico. Doveva essere un posto di una bellezza straripante , prima che il progresso compisse la sua opera di imbruttimento. I ricchi hanno lasciato  la costa, si sono trasferiti verso le montagne, per la nebbia, per il traffico e la voglia di pace. Un tempo non c’era la nebbia a Lima. Arrivati in albergo salutiamo Stefano, lasciamo i bagagli. Prendiamo un taxi verso il centro per mangiare qualcosa,  in riva all’Oceano. E’ già buio, non ho idea di come sia il mare. Il posto non è molto diverso da un nostro squallido e caotico centro commerciale, con la differenza che è all’aperto e avvolto da una cappa umida. Gli effetti della globalizzazione ci uniformano tutti, anche a Lima, KFC con i polletti fritti, Starbucks con i suoi caffè imbevibili, tutti alla ricerca dell’omologazione, una forma di certezza e appartenenza.

Sono le cinque, Giovanni dorme , scendo nel patio dell’albergo e mi accendo una sigaretta.
Penso al viaggio e penso a me. Lima è umida, come la mia anima e l’umido fa male, sarebbe preferibile un secco asciutto, costante, sterile, asettico, meno fastidioso, più salutare.

18 dicembre

dicembre 18, 2009 § Lascia un commento


Questa sera nevica. Mi piace guardare la neve cadere nel buio e nel silenzio. Giovanni rientra in casa e con lui una ventata di vita. E’ uscito a fare un giro sotto la neve, in bicicletta. E’ eccitato. Felice mi racconta che è caduto dalla bicicletta e che è rimasto sdraiato sul prato a guardare la neve cadere (appartiene alla categoria dei romantici). Mi abbraccia, è tutto bagnato e freddo, mi dice che è bello guardare la neve cadere e che dovrei scrivere una poesia. Gli rispondo che è vero, è bellissimo quando nevica, ma niente ispirazione e niente poesia. Parla, parla, la sua voce cristallina riempie la casa. Mi racconta del gatto di Elisa, del nostro gatto, del compito di arte che deve preparare: disegnare tre sedie “inedite” ed é sicuro che mi divertirò ad aiutarlo, (ahi!) . Mi dice che in casa questa sera c’è una bella atmosfera, calduccio, albero di natale e luci soffuse. Ha ancora il candore che tocca al cuore, come la neve.

Gio

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